La proprietà

PROPRIETÀ PRIVATA, FONDIARIA, CONDIVISA E DEMANIO

Esistono tre tipi fondamentali [1] di proprietà.
Essi sono:
– la privata;
– la fondiaria;
– la condivisa.

Proprietà privata e fondiaria. John Locke, considerato il maggior teorizzatore della proprietà privata, separa da questa la proprietà fondiaria.

La cosa potrebbe sembrare strana, ma Locke ritiene veramente che la fondiaria non possa essere considerata alla stregua della privata. Se così fosse, un uomo solo potrebbe detenere il mondo. D’altra parte se la proprietà fondiaria non fosse nella esclusiva disponibilità dell’agricoltore (od dell’estrattore, o altro produttore che ne necessiti per la sua attività), non vi sarebbe agricoltura [2], né estrazione [3], né alcuno riterrebbe di dover sprecare tempo per vedere il frutto del suo lavoro depredato da altri.

Cos’è quindi la proprietà privata? La risposta è semplice. È il frutto del lavoro di un uomo [4].

 E la fondiaria? Semplicemente, la recinzione che delimita il campo ed il frutto del lavoro di qualcuno, per assicurarne la disponibilità esclusiva.

Locke spiega come la proprietà fondiaria permetta l’attività agricola, e come questa permetta di mantenere in vita 1000 o 10.000 volte più individui che una terra lasciata incolta. E che per questo è conveniente per l’intera comunità. Ma la convenienza per la società è un effetto secondario. Il principio fondante è di tipo morale (giusnaturalista): il frutto del lavoro di un individuo, gli appartiene.

E se la proprietà fondiaria non venisse lavorata? Ebbene, in questo caso, la proprietà del fondo non sarebbe più giustificata. Ma non solo per Locke. Ma per l’intera storia della proprietà fondiaria. Tutta la contrattualistica medioevale di cui abbiamo conoscenza abbastanza approfondita (da Carlomagno in poi) lo provano. Amministri male il tuo terreno? Subentra un altro. Lo amministri bene? Meglio per te, l’amministrazione che te lo ha concesso non può chiederti di più del contratto originale. E quando non è stato così, si sono creati grandi latifondi incolti, con grave danno per l’agricoltura (anche se ciò, abbiamo detto, non interessa il liberale giusnaturalista). Una prova storica è rappresentata dai latifondi siciliani sette ed ottocenteschi, i cui proprietari soggiornavano a Napoli lasciando immense proprietà in abbandono.

Ma cosa permetterebbe ad una comunità di indurre un proprietario pigro a vendere il proprio fondo (o meglio: il fondo concessogli dal diritto naturale legato all’attività su di esso, che non svolge più)?  È molto semplice: l’imposta fondiaria. È quasi sempre stato così. Le decime, invece, sono un esempio sbagliato, corrisponderebbero ad una imposta sul reddito, che a reddito zero semplicemente si azzera. Un’imposta fissa, invece, rende conveniente la vendita di un fondo non lavorato.

Questo sarebbe il principio di diritto. Che va approfondito distinguendo dalla proprietà fondiaria la residenza, la quale è necessaria alla sopravvivenza di un individuo e quindi non dovrebbe essere soggetta ad imposte o riduzioni in alcun modo.

Al principio di diritto, il liberale deve sempre aggiungere mezzi di sorveglianza affinché la sua difesa non si trasformi in sopruso. Ad esempio, poiché l’imposta sul fondo non ha una origine finanziaria bensì morale, non dovrebbe essere destinata allo stesso ente che la emette (ad esempio, andrebbe stimata a livello locale ma destinata ad ente sovralocale). Inoltre, il suo valore andrebbe periodicamente verificato con metodi di confronto paritari. Infine, questo valore dovrebbe essere soggetto a sorveglianza da un separato potere di garanzia e veto.

Proprietà condivise

Esistono proprietà che servono a tutti gli individui di una comunità, e che per questo vanno gestiti da una autorità pubblica ed indipendente. Un esempio è quello dei pascoli. In particolare di quelli Svizzeri, che secondo un recente libro del filosofo del diritto Carlo Lottieri sono all’origine sia della democrazia diretta elvetica che del suo federalismo. Altri esempi sono le fognature, le strade, gli impianti comuni, gli edifici di utilità pubblica, etc.

Proprietà ed attività pubbliche a scopo di lucro.

Il liberalismo esclude che l’autorità pubblica possa gestire attività ai fini di proprio vantaggio economico, ovvero di autofinanziamento. Il finanziamento dell’autorità pubblica sono le tasse e le imposte sui redditi imponibili. Basta. Perché? Per i seguenti motivi:

– Il compito principale di un’autorità pubblica è tutelare i diritti del cittadino, anche nei confronti dei beni e dei servizi del mercato, e questo compito di sorveglianza è incompatibile con un ruolo diretto di produttrice di beni o servizi. Perché nessuno può sorvegliare se stesso ([5]).

– Turberebbe un mercato concorrenziale privato, disponendo di più fondi, non potendo fallire, e potendo fissare regole a proprio vantaggio, e costituirebbero un ostacolo all’entrata. E turbando il mercato, lo danneggerebbe ed ostacolerebbe la libertà di impresa.

– Riuscire a sorvegliare ed impedire la corruzione del mondo politico che i flussi economici creerebbero è compito pressocché impossibile.

– Perché la nomina politica del management è garanzia di incompetenza ([6]).

– Le attività pubbliche non possono fallire. Il fallimento invece è il fenomeno che permette il miglioramento del mercato di un qualunque bene o servizio.

Distinguiamo quindi la proprietà condivisa con l’attività a fine di lucro. Impianti ed immobili facenti parte di proprietà condivisa possono anche essere offerti in concessione a soggetti differenti in concorrenza tra loro. Ma senza lucro, salvo eventuale recupero delle spese di impianto, e basta. Perché, si ripete, l’ente pubblico non ci deve guadagnare. Spiegato sopra il perché. Che sia gestione di impianti elettrici, di rifiuti, di fogne, di strade, di edifici scolastici, di pascoli ed anche di musei. Lo scopo è la fruibilità del cittadino. Non il lucro per l’ente pubblico. Il quale pure recupererà i suoi costi di impianto e sorveglianza, che si tratti di strade, di pascoli o di musei, o mediante le imposte o, se i fruitori non sono tutti i cittadini ma un gruppo selezionabile e/o discontinuo, con tasse o tariffe o biglietti atti esclusivamente a questo scopo.

Proprietà demaniali

In Italia, quanto previsto dal Codice Civile art. 822 e seguenti, il demanio necessario è costituito dai seguenti beni: il lido del mare, la spiaggia, le rade e i porti; i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia (c.c. 2774, Cod. Nav. 28, 29, 692); le opere destinate alla difesa nazionale.

Viene poi definito demanio accidentale il resto di ciò che noi sopra abbiamo definito “proprietà condivisa” (strade, fogne, impianti, musei pubblici, archivi, monumenti etc) oltre a qualunque proprietà immobiliare dello stato di qualunque origine, anche privo di interesse condiviso.

Quest’ultima tipologia costituisce un vero problema, in quanto in Italia anche il demanio accidentale è inalienabile ([7]). Per questo, tantissime proprietà immobiliari e mobiliari pubbliche (si pensi agli archivi documentali ed artistici) finiscono in malora.

La gestione è affidata alla “Agenzia del demanio”, completamente priva di mandato, se non quello citato di non fare nulla. Mota quietare, quieta non movere.

Quale dovrebbe essere invece il mandato? Ovviamente, di impedirne il deperimento, utilizzando proprio il mercato. Della concessione o anche alla vendita (queste ultime sì, ai fini di lucro) visto che tanti beni di proprietà pubblica non hanno alcuna funzione condivisa. Con responsabilità dei funzionari e con sorveglianza da ente di garanzia ([8]).


Note a pié di pagina

[1] I tipi secondari e derivati, che più che altro sono contratti particolari, non vengono qui trattati.

[2] L’esperimento sovietico in Ucraina dovrebbe bastare.

[3] L’esempio venezuelano anche.

[4] In altre parole, il compenso concessogli liberamente in cambio dei suoi servizi e prodotti.
Per chiarezza, il proprietario dovrebbe poter anche decidere liberamente a chi lasciare la propria eredità. Le leggi sull’eredità attuali invece impediscono al lavoratore di disporre liberamente del frutto del suo lavoro lasciandolo a chi gli pare.

[5] Un esempio immediato è fornito dalle famose “multiutilities”, cioè quelle società di proprietà pubblica che si occupano di servizi locali quali gestione dell’energia elettrica, dei rifiuti, degli scarichi etc. Hanno in genere più dirigenti (a nomina politica) della FIAT, hanno utili ben superiori al gettito fiscale che comunque impongono, , impongono leggi od ordinanze tipo quelle sui rifiuti differenziati per cui il cittadino lavora gratuitamente per aumentare tali utili, sono onnipotenti ed incontestabili ed il cittadino è privo di tutela.

[6] La dirigenza a nomina politica ha storicamente dimostrato di mandare in rovina qualunque attività di questo tipo. Le ragioni sono tante, dall’incompetenza al disinteresse naturale a gestire i soldi degli altri.

[7] In realtà, può, in alcuni casi, essere ceduto in concessione temporanea. Ma la fatica ed il rischio connesso a tale pratica impedisce a qualunque funzionario pubblico di occuparsene e di caricarsi dei relativioneri.

[8] Si cita sempre un ente di garanzia indefinito. Questo è descritto in varie parti del breviario, ma semplicemente è un ente, capeggiato da un presidente eletto direttamente da tutti i cittadini, con poteri di sorveglianza e veto, ed a cui tutti i cittadini possono rivolgersi per segnalare problemi e abusi inerenti il diritto amministrativo.

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