Beniamino Di Martino – Per un libertarismo vincente. Strategie politiche e culturali

Beniamino Di Martino
Per un libertarismo vincente. Strategie politiche e cultural
Tramedoro/Leonardo Facco editore
Don Beniamino inizia con una presa di posizione molto netta, distinguendo pragmatismo e realismo e, ispirandosi alla strategia di successo dei fabiani (di cui si trova una descrizione nel primo capitolo della Gabbia delle idee), solleva la necessità che il libertario faccia attività politica.
Già questo primo accenno farà sobbalzare parte di coloro che ritengono la politica estranea all’ambito della libertà e l’azione pragmatica un modo per perpetuare un sistema che non può essere che abbattuto dalle fondamenta e ricostruito in modo nuovo.
Proprio per questo il libro è interessante e ringrazio infinitamente l’amico Fabio Fiorentini di avermelo consigliato e di avere discusso con me le parti più scabrose.
Don Beniamino ritiene che il mondo sia imperfetto e che la perfezione giungerà solo alla fine dei tempi, con la fine della storia, quando cesseranno il male e la violenza. Nel frattempo il compito dell’uomo e del libertario è di compiere il possibile, senza alcun perfettismo e senza ideologia.
Il gradualismo (fabianismo), la tattica del carciofo (Cavour), il populismo (Salvini – Dio lo perdoni) sono i modelli che Don Beniamino richiama e ritiene adeguati alla teoria libertaria, contro il modello giacobino e quello bolscevico, cioè il modello rivoluzionario, il qui carattere sovversivo condanna completamente.
Il massimalismo degli obiettivi va rifiutato non a favore del “male minore” ma del “bene possibile”. La distinzione tra questi due principi è fondamentale e connota tutta la prima parte del testo. Mentre il male minore significa cooperare con l’ingiustizia, sia pure di grado inferiore quella temuta, il bene possibile significa seguire la retta via sia pure con risultati a volte minimi, ma sempre moralmente corretti.
Per terminare il primo capitolo Don Beniamino si riferisce esplicitamente al fusionismo, quel programma che ha tenuto insieme negli anni ’50 e ’60 il movimento libertario e quello conservatore negli Stati Uniti. Il suggerimento è chiaro, che si tratta dell’unico modo, secondo l’autore, per rompere l’accerchiamento e sfuggire all’auto-isolamento ed all’auto-commiserazione dei quali sono spesso afflitti i libertari.
Nella seconda parte del libro si affronta il tema della definizione, necessario perché in Europa il libertarismo patisce pesanti pregiudizi. Le tante definizioni che contengono il termine anarchia, tra cui anarcocapitalismo, vanno decisamente rigettate a causa della assoluta inidoneità del termine stesso, che deve essere identificato nel suo significato proprio di sovversione e distruzione dell’ordine sociale. L’anarchismo è la forma più coerente e completa di socialismo, con il carattere distintivo della violenta avversione alla proprietà privata, che ne costituisce il fine ultimo, aldilà dell’abbattimento dello Stato, con il quale si potrebbe apparentemente concordare.
Successivamente il testo si occupa di collocare il libertarismo nell’ambito della Destra, chiarendo bene che le destre “sociali” che si sono affermate storicamente non hanno a che fare con la Destra vera e propria, il cui riferimento origina dalla rivoluzione francese ed è di ispirazione reazionaria e volta al riconoscimento dell’ordine naturale delle cose.

Da dire, infine, che i riferimenti espliciti di Don Beniamino sono principalmente Rothbard (in particolare il tardo Rothbard, quello paleolibertario) e Hoppe.

Bellissima la copertina, interessante il contenuto, da discutere assolutamente. Si trova alla Libreria del Ponte.

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