20 OTTOBRE 1600: Battaglia di Sekigahara

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Si trattò di uno scontro decisivo nella storia del Giappone. Fu il culmine dell’aspro confronto che teneva impegnati i due schieramenti dal luglio precedente. Grazie alla vittoria conseguita, il condottiero Tokugawa Ieyasu si garantì il controllo del paese sconfiggendo il rivale Ishida Mitsunari, che guidava le armate alleate al clan Toyotomi. Negli anni successivi Ieyasu avrebbe consolidato il proprio potere arrivando a fondare nel 1603 lo shogunato Tokugawa, l’ultima dittatura militare del Giappone, che avrebbe dominato il paese fino al 1868. La battaglia contribuì in modo determinante alla fine dell’epoca Sengoku, il lungo periodo di guerre civili che insanguinavano il Giappone dal 1478. Con l’istituzione dello shogunato, Ieyasu avrebbe dato il via ad un periodo di pace e di grande stabilità politica.La struttura del potere politico sotto i Tokugawa fu, almeno formalmente, di tipo feudale, essendo il paese diviso in oltre 200 signorie di cui quella dei Tokugawa era di gran lunga la maggiore, e alla quale tutti i signori (definiti daimyo) erano legati da un patto di fedeltà e di subordinazione. In astratto ogni daimyo era sovrano nella propria signoria, ma in realtà ognuno di essi era condizionato e limitato nei suoi poteri interni come nei rapporti con gli altri daimyo o con i Tokugawa da disposizioni che conferivano allo shogunato alcuni caratteri propri di uno stato assoluto con forti elementi di centralismo, assai lontani da tipologie propriamente feudali. Tali disposizioni erano il risultato di profonde riforme istituzionali avviate sin dalla seconda metà del Cinquecento sotto Toyotomi Hideyoshi e portate a termine dai Tokugawa nei primi decenni del Seicento. Tra le maggiori, la compilazione di un catasto nazionale, con relativi obblighi fiscali, uniformi per tutto il paese e che i daimyo dovevano rispettare; la cosiddetta “caccia alle spade”, che aveva disarmato i contadini e sancito il diritto a portare armi per i soli samurai se al servizio di un signore; le “residenze alternate”, che imponevano a tutti i daimyo di far permanentemente risiedere le proprie famiglie a Edo e a risiedervi ad anni alterni personalmente. I daimyo inoltre erano soggetti a un rigoroso controllo e all’autorizzazione centrale sulle scelte di successione (vi furono numerosi casi di spossessamento) e su quelle matrimoniali, oltre a essere sottoposti a rigorose norme di condotta. Le residenze alternate causarono un rapido accrescimento della popolazione di Edo, che sfiorava il milione di abitanti agli inizi del XVIII secolo, mentre Osaka assumeva il ruolo di grande mercato nazionale dove l’aristocrazia feudale di tutto il paese, interdetta dalla gestione diretta di qualsiasi commercio, fece affluire la propria quota di imposte, riscosse in riso, per farla convertire da intermediari in beni di consumo e voluttuari destinati, più che al proprio han, all’assorbimento delle vaste corti parassitarie residenti a Edo. Da questo peculiare mercato sorse e crebbe in maniera vistosa per tutto il Seicento una “borghesia” urbana a carattere commerciale, artigianale e finanziario le cui fortune culminarono nel periodo Genroku (1688-1704) dando origine a una specifica cultura artistica e letteraria, ma non assumendo mai forme significative di autonomia politica. Al contrario, dopo una gravissima crisi finanziaria agli inizi del XVIII secolo la “borghesia” urbana, con le sue corporazioni, si pose sempre più sotto la protezione della burocrazia aristocratica (fornendole un certo sostegno finanziario), sclerotizzandosi; lo sviluppo economico intanto procedeva autonomamente nelle campagne per opera di agricoltori di fatto indipendenti, sia con l’intensificarsi e lo specializzarsi di un’agricoltura altamente intensiva, sia dando vita a una diffusa rete di manifatture e di attività economiche le più varie, che soppiantarono le produzioni urbane corporative già nei primi decenni dell’Ottocento e che costituirono la solida ossatura, fondata in prevalenza su piccole imprese rurali, per il decollo del Giappone industriale dopo la restaurazione del 1868. Sul piano internazionale, buona parte dell’epoca Tokugawa fu caratterizzata dalla politica del sakoku (paese chiuso): entro il 1636 i Tokugawa esclusero da ogni rapporto con la madrepatria le potenti colonie di mercanti, pirati e soldati di ventura giapponesi stabilitisi all’estero (fino in Siam) nel secolo precedente, e proibirono ai residenti il commercio estero e la costruzione di naviglio d’alto mare. Debellata, nel 1637-1638, l’insurrezione di convertiti cristiani di Shimabara, i contatti commerciali ufficiali, a partire dagli anni 1638-1640, furono consentiti, sotto rigidi controlli e in assai ridotte quantità, esclusivamente agli olandesi di Deshima, a cinesi e coreani. L’isolamento diplomatico e commerciale giapponese si accentuò progressivamente fino alla forzata apertura imposta nel 1854, anche se elementi, nozioni e informazioni sul mondo esterno continuarono a filtrare. Dal primo quarto del Settecento si sviluppò, sia pure in un ristretto ambito di intellettuali e burocrati, la scuola Rangaku-sha, dedita allo studio delle conoscenze scientifiche e tecniche degli occidentali. Entro gli steccati del sakoku i Tokugawa si sforzarono di mantenere una società autocratica, rigidamente divisa in quattro fasce sociali a connotazione castale: samurai e contadini, isolati nelle campagne; artigiani e mercanti, teoricamente all’esclusivo servizio dei samurai. Le basi economiche della società, nella visione Tokugawa, erano in assoluta prevalenza agricole, riducendo al minimo ogni interscambio e mediazione superflua: in questa concezione si riflettevano le idealità di un modello cinese di ispirazione confuciana che nella stessa Cina si era ben di rado realizzato, se non in minima parte. Per tutto il Seicento prevalsero l’etica confuciana e la filosofia politica del neoconfucianesimo, mentre dalla metà del Settecento in poi si affermò la visione più nazionale della cosiddetta Kokugaku-sha. Il modello etico-politico Tokugawa si ridusse sempre di più a un guscio esteriore, sotto il quale, in brevissimo tempo, si costruì una società con caratteristiche ben diverse. Tra il 1830 e il 1840 le nuove strutture misero in crisi quelle precedenti, pur lasciando per il momento intatta la facciata formalmente feudale del potere; le corporazioni urbane vennero abolite e le grandi città persero anche metà della popolazione, mentre centri nuovi, in aree rurali, dominarono la scena produttiva con forme di associazione, organizzazione e accumulazione di tipo capitalistico. Da allora in poi si passò da una crisi all’altra: inflazione, disordini estesi, sfide e manovre politiche contro i Tokugawa. L’apertura imposta con la forza dagli Usa nel 1854, i nuovi trattati commerciali e gli interventi militari occidentali crearono sempre maggiore instabilità e acuirono la ricerca di soluzioni politiche nuove e radicali, accelerate dalla pesante influenza di Gran Bretagna e Francia. La sofferta alleanza di quattro han (Satsuma, Choshu, Tosa e Hizen) in funzione anti-Tokugawa portò al collasso finale dello shogunato che lasciò però in eredità al Giappone contemporaneo un paese ricco di potenzialità.

Fonte: Dizionario di storia moderna e contemporanea

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