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“So tuto mi”

superman-1016322_960_720di Danilo Perini

Anche tu hai un amico, un parente, un collega, che aveva previsto la vittoria del Brexit e di Trump? Bene, se ha davvero azzeccato entrambe le previsioni (indovinate da pochi) ora sarà certamente galvanizzato e convinto di indovinare anche l’esito del referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre: SI o NO?
Potremo definire questo soggetto overconfident.

Dal punto di vista della finanza comportamentale, il fenomeno dell’overconfidence deriva da una eccessiva fiducia che gli investitori ritengono di possedere nelle proprie abilità e capacità, infatti questi si ritengono essere migliori rispetto alla media.

Ma sarà davvero così?

Approfondiamo questa trappola mentale attraverso un passaggio tratto dal primo capitolo del libro “Io ci provo!” (M. Motterlini, P. Martini, A. Fedel, 2009, Azimut e Corriere della Sera), precisamente da pag. 37 a pag. 39.

<< Non v’è dubbio che sia meglio essere belli e sani piuttosto che brutti e malati, ma a giudicare dai fatturati dell’industria dei cosmetici (per tacere del numero crescente di liposuzioni e rifacimenti vari), così come della diffusione dell’ipocondria, pare che la gestione della bellezza e della salute producano – come minimo – un po’ di ansia.

Allo stesso modo, come dice Woody Allen, “la ricchezza è migliore della povertà, se non altro per ragioni economiche“. Me gestire i soldi una volta che li abbiamo in tasca può farci perdere serenità…

Investire, infatti, è un processo emotivamente dispendioso: richiede la conoscenza dei mercati, la necessità di raccogliere, integrare e soppesare numerose informazioni, la comprensione di relazioni macroeconomiche, quindi la capacità di prendere una decisione. Per difendersi dall’angoscia dell’incertezza, c’è una sorta di sostegno psicologico che la nostra mente mette in atto: tendiamo a sovrastimare le nostre capacità predittive e ci illudiamo di controllare gli eventi. In Veneto si direbbe: “so tuto mi”!

Vediamone alcune conseguenze.
Pur essendoci migliaia di titoli in Italia, decine di migliaia in Europa, decine e decine di migliaia negli Stati Uniti, in Giappone e in giro per il mondo, come scegliamo? Analizziamo correttamente il ritorno atteso e il rischio di qualsiasi tipologia di investimento? No, compriamo le azioni delle società sotto casa.
Il 93% degli investimenti degli americani sono in azioni USA. Il 98% di quelli giapponesi in azioni giapponesi; quelli inglesi per l’82% in azioni U.K.
La sede della Coca-Cola è ad Atlanta, Georgia. E chi detiene il 16% delle azioni della multinazionale Coca-Cola? Gli abitanti di Atlanta.
C’è poco da stupirsi, quindi, che molti dei sottoscrittori di obbligazioni Parmalat fossero emiliani; e che la maggior parte delle persone comperi le azioni delle società per cui lavora. Semplicemente investiamo i nostri soldi nelle società che ci sono più familiari. Ma la familiarità non ha nulla a che fare con la valutazione razionale della relazione rischio-rendimento di un titolo. È solo una tipica scorciatoia che prende il nostro cervello, sostituendo un’unica variabile alle tante che dovrebbe tenere in considerazione, così illudendoci di trovarci esposti a meno rischi di quelli che stiamo realmente correndo. Di nuovo, il caso Parmalat insegna.

Vi è un rischio contrario, ma non meno insidioso, della semplificazione: quello di sovrastimare la propria capacità di governare la varietà e la complessità delle informazioni. Ed ecco che serie storiche, trend, analisi tecniche, prezzi, volumi di scambio, notizie, consensi, raccomandazioni, forum è così via ci rendono – fatalmente – iper-attivi. Crediamo di avere una notizia utile quando, invece, non abbiamo notizia alcuna.

Due economisti finanziari dell’università della California, hanno esaminato per cinque anni il comportamento di seimila investitori arrivando alla conclusione che chi compra e vende azioni più frequentemente ottiene rendimenti peggiori. Quel 20% che ogni anno aveva un turnover del 250% del portafoglio e che, quindi, comprava e vendeva più degli altri, aveva infatti ottenuto una media del 7% di ritorni netti in meno rispetto al gruppo con il profilo di turnover più basso. Il che non era dovuto necessariamente a scelte di investimento sconsiderate, ma ai costi di commissione che accompagnano ciascuna transazione. E chi sono le persone che comprano e vendono sopra la media? Evidentemente, coloro che considerano le proprie abilità di investitori sopra la media, e che credono di poter dominare il caso facendo “tesoro” delle informazioni che raccolgono. Fra costoro ci sono, curiosamente, più uomini che donne, ma, soprattutto, i traders on line. Come se poter gestire il proprio portafoglio con un click del mouse e poter accedere a una smisurata quantità di informazioni grazie a internet potenziasse insieme l'”illusione di controllo” e l'”illusione di sapere“. >>

Non ho molto da aggiungere a quanto sopra, semplicemente ho pensato che la miglior conclusione possibile potesse essere questo famoso aforisma di Bertrand Russell: “Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi“.

E forse non è un caso che in ogni recente intervista a qualche politico italiano alla domanda “Secondo lei quale sarà l’esito del referendum?” la risposta sia sempre la stessa: “Vinceremo noi, non ho dubbi”.

Fonte: “Io ci provo!” (M. Motterlini, P. Martini, A. Fedel, 2009, Azimut e Corriere della Sera)