SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “W la foca” di Nando Cicero (1981)

di Roberto Bolzan

Mala tempora currunt, e siccome peiora parantur (non ci si illuda), andiamo grati con la memoria a pescare in quei tempi nei quali un film veniva si bandito dalla censura per un titolo audace, ma almeno si sapeva distinguere la parte bacchettona della società. Mentre adesso non si capisce più niente e tutto è diventato difficile, serio e impegnativo.

Andrea (Lory del Santo), un’infermiera veneta in cerca d’impiego a Roma, inizia come cameriera in casa del dott. Patacchiola (Bombolo), un medico molto particolare e con una famiglia altrettanto strana, fino a vincere in un concorso fotografico una foca, che accudirà come fosse un bambino. Andrea tenta inutilmente la strada dello spettacolo nelle tv private, per divenire infine direttrice di una clinica dimagrante.
Questa la trama, insignificante.
Il dottore è un medico assatanato che – come dice sua moglie – ha preso la laurea per sollevare le gonne alle pazienti. La moglie del dottore (Dagmar Lassander) è una ninfomane mai sazia d’incornare il marito con chiunque le capiti a tiro. La figlia (Michela Miti) è una perversa mangiatrice di uomini che finisce sempre tra le braccia del primo venuto. Il nonno (Riccardo Billi) è allupato e porcellone come un ventenne, mentre il figlio è un povero ritardato che a diciott’anni frequenta ancora le scuole elementari e fa scherzi idioti ai genitori.

Il film è un canovaccio di battute e barzellette pecorecce e datate, infarcito di doppi sensi e di allusioni a buon mercato, con battutacce a freddo, schiaffoni e innumerevoli appetitosi nudi. Sgangherato nella confezione e girato interamente in presa diretta ha più di uno sprazzo surreale (con all’apice le indisposizioni intestinali della foca nonché le intrusioni di un barbone infoiato – Franco Bracardi) e riesce comunque ad ottenere il massimo risultato col minimo sforzo produttivo.

Il risultato è spiazzante, rocambolesco, esplicito, goliardico e volgare, l’erotismo è audace, irriverente e allegramente triviale come oggi è impossibile vedere (memorabile l’amplesso tra il bestione nero – “sottosviluppati africani” – oggi si verrebbe arrestati per questo –  e la moglie di Patacchiola), le pulsioni dei protagonisti assolutamente di base (maschi sempre in fregola, donne bellissime ingenuamente provocanti e disponibili, corna a profusione).

Solo il becero stracultismo di questi anni ed il provincialismo culturale hanno permesso ad un demente Quentin Tarantino di recuperarlo alla Mostra del Cinema di Venezia 2004, come B movie nella sezione “Storia Segreta del Cinema Italiano”. Perché qui siamo sotto e fuori dal B movie, siamo negli anfratti segreti della memoria (sezione “sesso e rumori di fondo”) dove sarebbe stato bene che rimanesse, capace di darci un sorriso e poco altro, ma preziosissimi.

Come dicevamo all’inizio, tutto è diventato troppo serio. Non si gode più.

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