“Marigold Hotel” di John Madden (2012)

di Roberto Bolzan

Bella l’India, una cartolina di cui innamorarsi: Shanti, amica mia, ti ho pensata: ma è proprio così? Boh, l’unica cosa è andare a vedere di persona.

Bene. L’unico uomo vero nel film è gay e quesa scelta ideologica (e scontata assai) autorizza la chiave di lettura che segue, una delle varie possibili di un filmetto non male. Il primo, perché il sequel, a dire tutta la verità, non abbiamo trovato la motivazione per vederlo.

Il cast, di tutto rispetto, è impiegato per narrare di inglesi che per qualche motivo sono in India ed alloggiano al Maigold hotel, che risulta meno lussuoso e affascinante del previsto, perché il suo manager Sonny aveva ritoccato le immagini dell’hotel nel sito web. Jean decide di restare in hotel, mentre il marito Douglas esplora i luoghi d’interesse della città. Graham, trovando che la zona è notevolmente cambiata da quando lui ci viveva da giovane, scompare ogni giorno in gite lunghe, non dicendo a nessuno dove si reca. Muriel, nonostante i suoi atteggiamenti razzisti, inizia ad apprezzare il suo medico indiano. Evelyn ottiene un lavoro di consulenza per il personale di un call center su come interagire con i vecchi clienti britannici prima di proporre i loro prodotti. Sonny si sforza di raccogliere fondi per ristrutturare l’hotel che ha molti debiti, e continua a frequentare la fidanzata Sunaina nonostante la disapprovazione di sua madre.

Tom Wilkinson allora, come detto, è gay ed è l’unico carattere completo e pieno.
Dev Patel è un giovane che insegue le farfalle e che obbedisce alla mamma e solo dietro opportuna sollecitazione (Judi Dench) si dichiara alla sua bellissima fidanzata e solo con l’aiuto determinante della vecchia Maggie Smith riesce a fare andare come si deve l’albergo; è giovane, si dirà, cosa possiamo pretendere? Ma è la sua fidanzata che si infila nel suo letto mentre lui anche nel sonno chiacchiera e chiacchiera senza costrutto.
Bill Nighy, incapace di qualunque attività manuale e noioso intellettuale, si ribella alla moglie per 30-35 secondi, quando proprio non ne può più, ma poi abbassa la testa e la segue con l’aria bastonata finché è lei che lo rimanda indietro, lei decide che è finita e lui allora trova il coraggio di amare la donna che ha conosciuto in viaggio (Judi Dench), altrimenti, si presume, non ne avrebbe mai avuto non dico il coraggio ma nemmeno preso l’iniziativa.
Ronald Pickup è un solitario in cerca di brividi e turismo sessuale, neppure capace di essere in crisi e soddisfatto di sé per la conquista inaspettata. Nulla.

Sono le donne che fanno, nel film: trovano lavoro, trovano i soldi per mandare avanti l’albergo, gestiscono il patrimonio di famiglia, tornano a casa lasciando indietro il marito scoglionato. Sono le donne che producono e danno senso, che fanno, che creano, che inventano e che brigano, mentre gli uomini sono comprimari e, sia pure desiderati, non esistono veramente fuori dalla sfera affettiva, erotica e sentimentale, salvo essere macchiette o personaggi necessari alla narrazione, senza vita autonoma.

Solo un film? nooo. Mi guardo intorno e vedo questa infertilità in cui siamo precipitati mollemente, in Italia principalmente. Inutile menarla tanto: la virilità tornerà, prima o poi, con la fame innanzitutto, che aguzza l’ingegno e quant’altro e stimola gli ormoni, e si troverà il tempo di nuovo per correre sanamente dietro alle donne e non solo per lavorare, seguendo l’istinto primordiale.
Per adesso rimpiangiamo quella, sia pure distorta, del generale Ripper che, nel Dottor Stranamore, puniva le donne facendo mancare loro il fluido vitale ma almeno lanciava vere bombe atomiche sulla Russia nemica.

 

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