SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Il petroliere” di Paul Thomas Anderson (2007)

di Roberto Bolzan

Poiché pensiamo che l’era del petrolio sia al termine, se non finita ormai,  sentiamo di avere avuto la fortuna di alcuni incontri che ci hanno tattilmente presentato le immagini vive ed il senso ineluttabile della fine dell’epoca. La fine è sempre interessante, come gli inizi, ed entrambi adatti agli spiriti inquieti.
E allora ci è venuto in mente un film di qualche anno fa, visionario come non mai, e spaventoso, nero di olio denso e lucido, volutamente e coscientemente ruvido e bello.

E’ la storia di Daniel Plainview, la cui vista piana non gli impedisce di essere felice di vivere nel deserto dopo che il deserto l’ha creato e diffuso intorno, radendo al suolo qualunque rapporto umano. Anzi, è forse proprio la sua visione piana a permetterglielo.
L’inizio è terribile e nello stesso tempo un pezzo superbo di cinema, muto e grigio argento e nero. Quindici minuti e nemmeno una parola, solo luce densa e silenzio. Daniel Plaintview è sepolto nelle viscere della terra, con il piccone estrae scintille d’argento, scende nel pozzo e diventa buio come il buoi, sistema la dinamite e risale alla luce e diventa luce, la dinamite esplode e diventa polvere come la terra, finché erutta il petrolio e diventa come l’olio, nero, lucido e grasso.
Plainview, con una gamba spezzata e una fatica da pionieri, scova un giacimento di petrolio, escogita la tecnologia della trivellazione, scava il suo primo pozzo, diventa signore indiscusso di una piccola comunità, squadre di uomini che lavorano per lui, che si muovono con lui, città intere che si spostano nello sconfinato paesaggio americano . Poi scopre altro petrolio ancora, e compra terreno per chilometri intorno, a prezzi stracciati.
Gira con un bambino adottato, arma segreta per indurre i propiretari dei terreni petroliferi a cederli per poco. Poi c’è l’incontro con la comunità di un predicatore che, temendo l’arrivo troppo veloce della modernità, prima lo aiuta e poi gli scatena contro la comunità. Poi c’è l’arrivo di un fratello mai conosciuto. Plainview lo uccide dopo aver scoperto che era un impostore. Poi arriva la crisi del ’29, tutto si tinge dei colori della grande depressione ed anche i predicatore sarà ucciso. Daniel Plaiview rimane solo con il suo deserto.

Chi non abbia interesse per la mitologia della frontiera, si astenga. Questo è innanzitutto un film che narra l’inizio di un industria e il capitalismo americano nelle sue forme più crude. La storia di un uomo che non ha legami, non ha donne, non ha amori, solo mani per bucare la terra ed estrarre minerali e non ha altri piaceri che la competizione e altre ambizioni che annientare l’avversario.
Come nel migliore muto l’attore (Daniel Day-Lewis) esprime tutto con la forza dello guardo, l’incurvatura del corpo, la mobilità delle mani, e con il corpo esprime lo spirito e l’anima di tutta una nazione. Ma la trivellazione è anche interiore e porta  Plainview ad un progressivo livido annichilamento umano.
Anderson è capace di fare quello che i romanzieri ormai hanno rinunciato a scrivere. il grande romanzo americano, e viene in mente Griffith con La nascita di una nazione. Ma è anche capace di mostrare l’aridità del cuore nero dell’uomo e viene in mente Laughton de La morte corre sul fiume. Come quello era un bianco e nero luminoso questo è luce e pece. Ed anche qui la musica (Jonny Greenwood dei Radiohead) riempie ossessiva le immagini e le rende ipnotiche e stellari.

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