“Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba” di Stanley Kubrick (1964)

di Roberto Bolzan

Di questi tempi la letteratura complottista va alla grande e allora non è male andare a vedere uno straordinario Colonnello Ripper che ha le sue spiegazioni sul decadimento della civiltà occidentale. Metà degli anni sessanta, nei quali la contrapposizione tra i poli aveva assunto una dimensione preoccupante, ma tuttavia anni felici.
Al generale Ripper, comandante d’una base aerea, improvvisamente ha dato di volta il cervello: poiché la sua virilità è in declino, crede che ciò derivi da una cospirazione dei comunisti a danno dell’America  e ordina alle squadriglie dei suoi bombardieri di sferrare l’offensiva, secondo piani elaborati da tempo.  Mentre il presidente degli Stati Uniti (Peter Sellers) si mette in contatto con il premier russo, il dottor Stranamore (sempre Peter Sellers), ex scienziato nazista, propone la rigenerazione del popolo americano. Rivela che la Russia ha preparato un ordigno che esploderà al primo segnale di esplosioni atomiche, provocando l’inverno nucleare su tutta la terra. Ma un gruppo scelto di umani, confortato da un adeguato numero di giovani donne, potrà salvarsi rifugiandosi nei bunker antiatomici per almeno 100 anni.
Il Pentagono assalta la base aerea del generale Ripper per ottenere il codice  per impartire il contro-ordine alle squadriglie aeree. Ripper si spara un colpo di rivoltella ma Mandrake (sempre Peter Sellers) riesce a ricostruirlo interpretando i suoi deliri.
I bombardieri rientrano, ad eccezione di uno che continua il suo volo, raggiunge l’obiettivo assegnato e sgancia la bomba.

Il film è sorretto alle estremità da due sequenze-balletto: l’erotico rifornimento in volo del B-52, cullato dalla musica mentre passano i titoli di testa, e le esplosioni nucleari alla fine, accompagnate dalla voce di Vera Lynn “We’ll meet again”.
L’unica donna del film, la debuttante Tracy Reed, ha poca parte e pochissimi vestiti.

Inutile dire altro: Kubrick nella sua veste migliore, per di più in un film a basso costo retto solo da idee, dalla geometria perfetta della sceneggiatura e da dialoghi irresistibili. Non c’è scena che non sia un capolavoro.

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