“Django Unchained” di Quentin Tarantino (2012)

di Roberto Bolzan

che poi vorrebbe dire “Django scatenato”. Questo per essere precisi.

Andiamo volentieri a vedere i film di Tarantino. Il ragazzo ha sbuzzo e bona volontà, ci sa fare ed è furbo e sveglio, non è uno da sottovalutare.

Stavolta la storia si svolge nel far west degli anni ’50 del secolo XIX, dove Django è uno schiavo che incontra un cacciatore di taglie che lo libera e lo associa a sé nel suo lavoro. Dopo un po’ di gigioneggiamenti di riscaldamento, il dentista Christoph Waltz ferma il carrettino (con un gigantesco dente sul tettuccio) per raccontare allo schiavo Jamie Foxx l’amore tra Brunilde e Sigfrido.

A questo racconto lo schiavo gli confida di essere proprio lui Sigfrido e che la Brunilde esiste anch’essa e che è sua intenzione liberarla.
Insieme, i due corrono diverse avventure finché architettano uno stratagemma che gli consente di liberare la moglie di Django. Tra atrocità di ogni genere e scenografici schizzi di sangue la missione varrà compiuta e tutto quel che rimane dato alle fiamme.

Noi non siamo tarantinati e, liberi da questa malattia, non abbiamo seguito il dibattito tra coloro che fanno a gara per scovare in Django Unchained ogni possibile citazione e litigano per imporre la discendenza dal western spaghetti o dalla filmografia di Hong-Kong. Sappiamo però riconoscere, per istinto, le turbate che, ad usum pollastri, vengono propinate per cultura con le lettere maiuscole. Noi non godiamo a vedere personaggi improbabili disegnati apposta per consentire la citazione magniloquente. E poi arriva l’omeggio pedissequo alla coppia Corbucci-Nero, che non toglie e non aggiunge nulla alla storia, poteva tranquillamente essere tolta senza che cambiasse nulla. A che serve questa roba se non per darla in pasto ai fanatici, che possano assaporarne ogni stilla?

Noi divertiamo di più quando vediamo che gli schizzi di sangue ed i ralenti ricordano quelli di un film di ben altro valore, peraltro, I cavalieri dalle lunghe ombre (The long riders – Walter Hill), così come del resto  l’uso massiccio della dinamite a scopo demolitorio. Questo ci piace, perché non è ostentato, solamente copiato con bravura.

Perché c’è poco da fare e bisogna dirlo: Tarantino è mostruosamente bravo e domina il cinema con maestria. In questo film non mancano i siparietti di genere e non si contano i riferimenti colti, dall’insistito richiamo alla mitologia tedesca alle infinite citazioni sparse nel corso della narrazione.
Quanto a questa, la narrazione, il tema che regge il film è Tarantino stesso che ci racconta quant’è bravo e geniale. Tutto gira intorno a lui, non all’ombelico ma alla sua mente straordinaria.

Quando il figliuol prodigio smetterà di dirci “Mio Dio, quanto sono bravo!” e si metterà a raccontare veramente, senza tante storie, sono certo che ci darà finalmente dei capolavori. I mezzi li possiede oltre misura e quindi confidiamo fiduciosi nella maturazione dell’artista. Per adesso si paga il biglietto e si torna a casa con l’impressione di avere sciupato tempo e soldi.

 

2 thoughts on ““Django Unchained” di Quentin Tarantino (2012)

  1. Io non vado volentieri a vedere i film di Tarantino. Trovo che sia enormemente sopravalutato. Ha girato a mio avviso un solo film interessante, anche se non certo un capolavoro, ed è Jackie Brown. Non mi piacciono i film ed i registi “citazionisti”, cioè quei film che si reggono solo sulle citazioni di capolavori. Sono tipici di registi che non hanno molto da dire di originale. Condivido che uno dei limiti di Tarantino è quello di essere “innamorato di sé stesso”. In questo è in buona compagnia, e noi italiani lo sappiamo bene. Mi riferisco a Nanni Moretti, che il grande Dino Risi fulminò con la seguente battuta: “Quando vedo i film di Nanni Moretti, mi viene da dire: scànsati, e facci vedere il film”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *