SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve (2017)

di Roberto Bolzan

Dovremmo a rigore occuparci di cinema italiano, come da disposizione ministeriale, ma facciamo una scappatella e ci godiamo il sequel di Blade Runner.

Ci godiamo… oddio, Qui dobbiamo fare una quantità di precisazioni.  Ma prima raccontiamo la storia.

L’agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell’anno 2049. Sono passati trent’anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi “lavori in pelle”: perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo. Per esserne certo, però, dovrà andare fino in fondo. Come in ogni noir che si rispetti dovrà, ad un certo punto, consegnare pistola e distintivo e fare i conti da solo con il proprio passato.

il film è del genere pippone  e dura oltre due ore e mezza, quindi pippone infinito. Però non è del tutto male.

Sequel di Blade Runner 1982, eredita da Rudley Scott (qui produttore) l’inconsistenza e la totale, straordinaria incapacità di narrare. Qualcosa di inconcepibile, con tante risorse a disposizione. Le storie sono belle e fascinose, ne rimane un ricordo luccicante ed ispirato, ma quando anni dopo si va a rivedere Alien, si scopre l’inconsistenza. La scenografia è entrata nella leggenda, i disegni di Giger sono una pietra miliare della fantascienza, Sigourney Weaver non si dimentica di certo, ma il film è diventato invedibile, noioso, mortale. Guardatevi il primo Blade Runner, declamatorio, pomposo, una volta assimilate le brillanti intuizioni scenografiche il resto si è coperto di polvere: non si arriva alla fine. Commiserazione. Rimangono i bastioni di Orione e le cose che noi umani non possiamo immaginare, come i ricordi del tempo che fu dai quali eliminiamo tutte le parti spiacevoli.

Cosa significa incapacità di narrare? per esempio, che Wallace, per mostrare di essere cattivo, ma cattivo davvero, deve uccidere con un bisturi un androide: un omicidio insensato e crudele di cui narrativamente non c’è bisogno ma che deve sopperire alla debolezza della sceneggiatura ed all’incapacità d’attore di Jared Leto (non bastano le pupille membranose, le declamazioni ampollose annoiano ed infastidiscono). Un po’ meglio per Ryan Gosling e per Harrison Ford, appena sopra il minimo sindacale.
Buono Dave Bautista, nel ruolo del replicante fattore. Buona Ana De Amas nel ruolo di Joi.

Cosa c’è di bello e perché vale la pena di vederlo? Perché è una festa per gli occhi. Dopo i poliponi a bordo di cozze giganti venuti sulla terra per comunicare con noi tramite schizzi di inchiostro il canadese Villeneuve si fa applaudire per gli ambienti, splendidamente fotografati da Roger A. Deakins, e per le scenografie di Dennis Gassner, incredibilmente belle.

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