LA SHOAH NON FU SOLO STERMINIO

Nei giorni scorsi si è celebrata la “giornata della memoria”. E’ stato un diluvio di commenti sui social e sugli altri media. Per lo più le persone hanno “testimoniato” e tanti altri hanno manifestato un certo disappunto nei confronti della ricorrenza.

Perché disappunto? Per due ordini di motivi: Il fastidio epidermico verso le “giornate tematiche” e il mantra ricorrente secondo il quale “ricordare” la Shoah sarebbe una sorta di torto agli altri crimini ed eccidi della storia umana.

Riguardo alla prima motivazione devo dire che posso capire. Il numero di “giornate di” è diventato così alto che ormai superano i santi in calendario; la giornata della sclerosi multipla, contro il razzismo, la violenza sulle donne ecc. ecc.; a parte la logorrea politicamente corretta, devo ammettere di dubitare fortemente che servano a qualcosa, tranne forse ottenere il controproducente effetto di anestetizzarci a tutto e renderci, se possibile, meno sensibili. Un po’ come quelle associazioni che vi telefonano per avere un’offerta o vendervi il biglietto di uno spettacolo teatrale a sostegno di questa o quella causa (tutte ragionevoli e commoventi). Quando erano una ogni tanto vi facevano effetto, da quando sono diventate tantissime e chiamano ogni due giorni, non ricordate di chi si parla e volete solo liberarvene.

Condivido quindi questo motivo. Ma per la Shoah faccio una convinta eccezione. A indurmi a questa scelta sono gli stessi motivi per cui non condivido la seconda obiezione, argomenti questi che meritano una trattazione un po’ più articolata.

Perché lo sterminio degli ebrei (ma anche di gitani, disabili e altre categorie di “diversi” che per i nazisti erano da eliminare) non fu come tanti altri?

In primo luogo fu odio “fine a se stesso”. In tutti gli altri stermini di massa esiste una finalità politica forte alla base della scelta criminale. Che si tratti dell’eliminazione fisica dei occupanti un territorio, come per gli Armeni o i nativi americani o dell’eliminazione di categorie sociali che costituivano il “serbatoio” di consenso a idee considerate ostili ai regimi, come i Kulaki in Russia e Ucraina o i “borghesi” sterminati da Mao e Pol Pot, comunque sempre all’origine di questi massacri c’è una finalità pratica e strategica.

Alla base dell’olocausto non vi è nulla di simile, se non l’odio per il diverso. Gli ebrei non occupavano un territorio da “sgomberare” e non costituivano un serio pericolo per il regime, erano pochi, sparpagliati in Europa e sostanzialmente facevano capo a se stessi senza poter agire “politicamente” in modo incisivo. Gli ebrei furono sterminati solo ed unicamente perché erano “altro da noi”, perché erano se stessi. E questa loro “diversità” che li rende “indegni” non iniziò con il nazismo, ma lo precede di secoli e rappresenta una pagina tra le più infami della nostra coscienza cristiana ed europea. Se ne è scritto tanto di questo processo storico e non è certo questa la sede per trattarne.

Basterebbe tutto ciò per conferire alla Shoah il carattere di unicità che le si vorrebbe, da parte di alcuni, negare. Ma c’è di più.

Come ha mirabilmente decritto Hannah Arendt, proprio perché gli ebrei dovevano essere eliminati in quanto “altro da noi”, la loro eliminazione fu, prima ancora che fisica, spirituale e morale. Definiti da un numero e non da un nome. Inseriti in un meccanismo pianificato industrialmente in modo preciso e meccanico. Come se non fossero uomini da uccidere perché nemici (ma pur sempre uomini), la pretesa fu di ridurli a “non uomini”, fiaccandone lo spirito con una lunga agonia che privasse loro, ma in fondo anche i loro carnefici, di ogni individualità e forza morale. Trattati come bestiame, in una routine della morte e della disumanizzazione.

E la Shoah disumanizzò non solo le vittime, ma anche i carnefici. Non fece appello alla loro crudeltà straordinaria, ma alla loro mediocre assenza di coscienza individuale. Alla loro capacità di ragionare su cosa è il bene e cosa è il male e di agire di conseguenza. Per un liberale questo è un punto importante della questione. Di fronte a ogni cosa un uomo libero deve fare i conti con il senso di giustizia e la legge morale che porta dentro di se e poi agire di conseguenza, quella è la prima (e in fondo anche l’ultima) legge a cui deve veramente obbedire, molto più che a quelle dello Stato o della società, specie se divergono marcatamente da essa. Ma tutto questo proprio è quello che venne meno con la Shoah. Durante quel terrificante periodo gli uomini accettarono acriticamente una “verità inventata” e narrata falsamente e si rifiutarono di affrontarla con la forza della critica razionale. Arendt scrisse “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto oppure il comunista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso”.

Ricordando la Shoah insomma noi non ricordiamo semplicemente un crimine, un massacro o un genocidio. Ma ricordiamo il momento della storia in cui ideologie e conformismo portarono gli uomini a non essere uomini e a non riconoscere “l’umano” negli altri.

E questo merita, senza assolutamente sminuire gli altri genocidi, un momento di riflessione a parte. Almeno per me.

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