Category Archives: Sciak

25Giu/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Departures” di Tojiro Takita (2008)

di Roberto Bolzan

Siamo senza idee, anche se avremmo tanti film in lista per essere ricordati, ed allora ricorriamo ai consigli di un amico. Altrimenti non avremmo mai visto questo bel film giapponese.

La storia è alquanto singolare.

Daigo Kobayashi è un giovane violoncellista costretto a tornare nella sua città natale dopo lo scioglimento dell’orchestra di cui faceva parte.
Per mantenere sé stesso e sua moglie, Daigo accetta un impiego come cerimoniere funebre, ovvero colui che compie il rito di lavaggio, vestizione e posizionamento nella bara dei morti per accompagnarli nel trapasso.
La sua nuova occupazione non è ben accetta tra parenti e amici, soprattutto da sua moglie, ma il costante contatto con la morte e con coloro che hanno subito la perdita di uno dei propri cari, aiuterà invece Daigo a comprendere quali siano i più importanti legami e valori nella vita.

Film girato con un registro piano, con inquadrature fisse molto curate e pochi movimenti di macchina, calligrafismo giapponese da esportazione, lieve e grazioso da vedere, sentimentale con garbo, non emoziona ma si porta a casa un Oscar.

 

04Giu/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “I quattro dell’Ave Maria” di Giuseppe Colizzi (1968)

di Roberto Bolzan

La malinconia ci prende. Avevamo altre idee per oggi, dei film già scritti da tempo, capolavori di sognante bellezza. Ma gli attentati di Londra ci rimescolano l’anima e non possiamo divagare. E nella discussione ci viene insistentemente alla memoria questo film, che è la soluzione cristiana (fin dal titolo) e occidentale al problema del terrorismo: la colt alla fondina e la mano svelta nell’impugnarla.
E non c’è dubbio che i nostri non siano svelti.

La storia è quesa: Cacopoulos, anziano bandito in prigione da un quindicennio per numerosi reati, riesce ad evadere da dietro le sbarre dopo aver freddato a colpi di pistola il direttore, e deruba i due avventurieri Cat Stevens e Hutch Bessy che hanno appena riscosso il cospicuo tesoro di Bill Sant’Antonio (ucciso nel precedente film, Dio perdona… io no!), depositando gli interessi in banca. Inizialmente furibondi per il furto dell’oro subito, Doc e Hutch partono alla ricerca del delinquente messicano e riescono a catturarlo, ma poi si alleano con lui, aggiungendo al gruppo anche un equilibrista di pelle scura, ai danni di un ricco biscazziere con cui Cacopoulos ha molti conti in sospeso. L’impresa avrà successo.

Il primo vero film di Terence Hill e Bud Spencer in una sceneggiatura vivace e piena di brio, con uno stile essenziale che risente del miglior Leone, pur virata verso il divertimento anche un po’ rustico.

l regista dirige i quattro interpreti in modo ferreo e riesce a condurre una storia corale in modo virile e scanzonato, con scene che rimangono nella storia. A vederle oggi, geniali, superbe:  l’arrivo di Doc e Hutch alla sede bancaria e la scazzottatura (che si vede ma non si sente) col proprietario dell’istituzione; il ladrocinio di Cacopoulos fra le alture del deserto, mentre le due vittime sono costrette a scendere da cavallo; il ritrovamento del bandito presso il paese messicano dove è in corso la festa, dove viene in un primo tempo appeso per le mani al soffitto; la preparazione del piano da attuare nei sotterranei della bisca clandestina; il duello conclusivo.

Film di un grandissimo successo popolare, seguito da una serie altrettanto di successo, anche estero.

E’ naturale ricordare questo film oggi. Cosa pensate sarebbe successo nel far west se a qualcuno fosse venuta la balorda idea di fare un attentato?
Bang, smash, pam pam!
Due sganassoni e la colt e tutto si sarebbe aggiustato con un po’ di buon senso, salvi i valori dell’occidente e della cristianità.

14Mag/17

“Radio America di Robert Altman (2006)


di Roberto Bolzan

Non c’è niente di Altman che non sia dentro il nostro cuore, nemmeno i film psicologici come Quel freddo giorno nel parco; forse solo Quintet, ma non ci giurerei. A rivederlo certamente lascerebbe la sua impronta come tutti gli altri suoi film.
Avremmo voluto recensire M.A.S.H., indimenticabile, o i rari Brewster McCloudMcCave and Mrs Miller (che sono la nostra passione) o Il lungo addio o Nashville. Ma i casi della vita vogliono che ci si occupi di radio e allora parliamo di Radio America (A Prairie Home Companion), il suo ultimo film prima di lasciarci.

A Prairie Home Companion, programma radiofonico regolarmente in onda da più di trent’anni, è giunto al suo ultimo giorno di vita. Il luogo da cui trasmette ogni settimana – il Fitzgerald Theater di St.Paul nel Minnesota – sarà presto distrutto. Al suo posto un parcheggio. Questa la trama. Verrebbe la voglia di non dire altro e rimandare alla visione di questo film che ha i segni distintivi del suo cinema: cast corale, trame multiple, dialoghi sovrapposti, controllo narrativo e formale.

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30Apr/17

“Il laureato” di Mike Nichols (1967)

di Roberto Bolzan

Eh no, non partono con il duetto, lei vestita da sposa, come tuti (o molti) ricordiamo, bensì in autobus. Lui finisce la benzina un chilometro prima della chiesa.
A parte questo, uno dei finali già celebri della storia del cinema, il resto è ben fisso nella memoria. Ann Bancroft che si mette le calze, le corse con il Duetto rosso, le musiche di Simon & Garfunkel. Questo film ha reso celebre tutte queste cose ed anche un giovane Dustin Hoffman all’inizio della sua carriera.
Ricordiamo la storia: il giovane Benjamin Braddock, figlio di una ricca famiglia, fa ritorno a casa dopo aver terminato il college ed è ancora incerto sul proprio futuro. Durante la festa organizzata dai suoi genitori per festeggiare il suo ritorno, Ben incontra la signora Robinson, una piacente signora di mezz’età storica amica di famiglia, che gli chiede di accompagnarla a casa. Qui la donna tenta di sedurre il suo accompagnatore, ma viene interrotta dall’arrivo del marito. Continue reading

23Apr/17

“Non sposate le mie figlie!” di Philippe de Chauveron (2014)

di Roberto Bolzan

Di solito non amiamo il cinema francese ma oggi ci sono le elezioni in quel paese, e chi siamo noi per ignorare le cose del mondo?

La famiglia Verneruil è diversa dalle altre. Claude e Marie Verneuil sono una coppia borghese, cattolica e gollista.
Borghesi e conservatori, vivono nella loro bella proprietà in provincia ed hanno cresciuto le loro figlie secondo i principi propri della Francia: tolleranza e integrazione sociale.
Delle quattro figlie, tre sono coniugate rispettivamente con un ebreo, un arabo e un asiatico, e pregano Dio di maritare la quarta con un cristiano. La loro preghiera viene esaudita. Siccome per le preghiere esaudite si piangono più lacrime che per quelle respinte, ignorano che Charles, il futuro marito della figlia minore, ha origini ivoriane. Si presenta al pranzo di Natale (tre tacchini uno halal, uno kosher, uno laccato) con i capelli rasta, e la sua famiglia è razzista verso i bianchi.
Il rapporto tra Claude ed padre di Charles, ex militare intollerante e insofferente alla colonizzazione europea dell’Africa, è giustamente teso e difficile.
Ma tra provocazioni, alterchi e vivaci scambi di vedute l’amore avrà naturalmente la meglio.

Su quattro figlie, tre le ho regalate a figli di immigrati.  Sulla carta abbastanza cattivo e pieno di politicamente scorretto il film (ne dubitavate?) in realtà è molto corretto e bilanciato. Prendendo in giro tutti facendo attenzione a dare uno schiaffetto ad ognuna delle parti in causa per poi riservare il peggio alla maggioranza (i cristiani bianchi), si pone l’obiettivo di rappresentare la Francia moderna e così attirare in sala quante più etnie è possibile, lasciando ad ognuna la soddisfazione di aver visto qualcosa di audace. Il risultato è una commediola almeno divertente, con qualche caduta nel semplicistico e qualche laccatura scenografica o improbabilità di situazioni, come ad esempio la rappresentazione della casa di provincia del capofamiglia, un villone da cinema che assomiglia alla Casa Bianca, e tuttavia vede spiazzati i coniugi nell’accogliere i genitori dell’ultimo sposo, costringendoli a dormire in una angusta soffitta.

Sono passati 47 anni dall’uscita di Indovina chi viene e cena?, capolavoro che fece vincere l’Oscar 1967 a Katharine Hepburn, e di quella graffiante ironia rimane poco o nulla. Quello che si vede nel film è ordinaria amministrazione in una Francia ed in un’Europa che si sono molto evolute nel costume ma nel frattempo incancrenite per cose come queste.

Paradossalmente ci piace e ci fa riflettere questo: che non riuscirà a sbarcare in America, come Charlie Hebdo; che non ne faranno un remake, troppe battute su neri, ebrei, arabi e cinesi.

16Apr/17

“Jesus Christ Superstar” di Norman Jewison (1973)

di Roberto Bolzan

Le letture sul ruolo e sulla figura di Cristo sono e sono sempre state molteplici, spesso differenti fra loro per geografia e per epoca; alcune di esse hanno profondamente caratterizzato un periodo storico, permeate come sono della visione del mondo che proprio detto periodo ha elaborato.

Negli anni ’70 un musical ha proposto una lettura rivoluzionaria, che considerava Gesù profondamente umano e pienamente inserito nelle vicende storiche dell’epoca.

La storia è molto originale. Gli ultimi sette giorni della vita di Gesù sono messi in scena da un gruppo di hippies e narrati dal punto di vista di Giuda. Questi, riflettendo per conto suo, teme la piega che stanno prendendo gli eventi: lo preoccupa la popolarità di Gesù che, ormai considerato come un dio, sta perdendo di vista i loro obiettivi primari. Giuda ritiene che in un paese come il loro, occupato da una forza straniera, il fanatismo possa ritorcerglisi contro e che i romani possano arrivare ad annichilirli, se dovessero subodorare una rivolta. Cerca quindi di mettere in guardia il suo maestro, ma non ottiene la considerazione sperata. Coprotagonista del film e figura cardine della narrazione, razionale e coerente, non traditore, ma vittima suo malgrado, come il suo maestro, di un disegno del destino più grande di lui, Giuda è un personaggio dalle forti pulsioni e lacerato, in netto contrasto con l’immobilità e la rassegnazione di Gesù.

Per il resto la storia è ben nota e non si discosta dal racconto evangelico. Manca però la resurrezione, a indicare ancora di più la dimensione terrena ed umana di Gesù. Nonostante questo e la reazione scandalizzata che lo ha accolto, in Italia perlomeno, il film è diventato un classico ed ha influenzato nei decenni seguenti la percezione comune della figura di Cristo. Oggi non fa scandalo il pensarlo umano più che divino e non ci disturba vederlo come un personaggio storico, inserito nella vita del suo tempo. Ogg, se è per questo,i siamo anche abituati al meta-cinema (il cinema che rappresenta sé stesso) ma qui siamo nel 1973, tante cose dovevano ancora succedere.

Assistiamo dunque ad un gruppo di artisti fricchettoni che arriva ed alla fine riparte con un pullman; in mezzo tutta la rappresentazione. Gesù e Giuda non sono nel gruppo degli artisti che ripartono. Anche questo solo dettaglio garantirebbe la carriera di qualche regista meno geniale. Ma qui abbiamo un autore che può permettersi d non sottolineare quant’è bravo, perché l’opera è leggendaria, perché non ha una sbavatura, perché dopo quasi mezzo secolo non ha perso la freschezza di allora, perché perfino gli stereotipi sono gestiti con maestria (Giuda che richiama chiaramente Malcom X: nemmeno questo ci fa storcere il naso).

Sembra incredibile oggi che si possa fare un film come questo (come Tommy, altro musical dell’epoca) interamente cantato, dialoghi compresi, proprio come un’opera classica. Per non parlare della musica, perfetta e perfettamente adatta al film, un rock tendente al pop con accenti melodici  (Everything’s Alright di Yvonne Elliman) di grande qualità. Per rendersene conto basta pensare che Smoke in the water, per esempio, sarebbe uscita di lì a poco; siamo veramente agli albori di tutto.

Lontana anni luce dai santini alla Zeffirelli e dalla pornografia di Mel Gibson (sia pure questa apprezzabile) Jesus Christ Suerstar supera il tempo senza recarne traccia e ride di noi che cerchiamo di coglierne la magia.

09Apr/17

“Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba” di Stanley Kubrick (1964)

di Roberto Bolzan

Di questi tempi la letteratura complottista va alla grande e allora non è male andare a vedere uno straordinario Colonnello Ripper che ha le sue spiegazioni sul decadimento della civiltà occidentale. Metà degli anni sessanta, nei quali la contrapposizione tra i poli aveva assunto una dimensione preoccupante, ma tuttavia anni felici.
Al generale Ripper, comandante d’una base aerea, improvvisamente ha dato di volta il cervello: poiché la sua virilità è in declino, crede che ciò derivi da una cospirazione dei comunisti a danno dell’America  e ordina alle squadriglie dei suoi bombardieri di sferrare l’offensiva, secondo piani elaborati da tempo.   Continue reading

26Mar/17

“Marigold Hotel” di John Madden (2012)

di Roberto Bolzan

Bella l’India, una cartolina di cui innamorarsi: Shanti, amica mia, ti ho pensata: ma è proprio così? Boh, l’unica cosa è andare a vedere di persona.

Bene. L’unico uomo vero nel film è gay e quesa scelta ideologica (e scontata assai) autorizza la chiave di lettura che segue, una delle varie possibili di un filmetto non male. Il primo, perché il sequel, a dire tutta la verità, non abbiamo trovato la motivazione per vederlo.

Il cast, di tutto rispetto, è impiegato per narrare di inglesi che per qualche motivo sono in India ed alloggiano al Maigold hotel, che risulta meno lussuoso e affascinante del previsto, perché il suo manager Sonny aveva ritoccato le immagini dell’hotel nel sito web. Jean decide di restare in hotel, mentre il marito Douglas esplora i luoghi d’interesse della città. Graham, trovando che la zona è notevolmente cambiata da quando lui ci viveva da giovane, scompare ogni giorno in gite lunghe, non dicendo a nessuno dove si reca. Muriel, nonostante i suoi atteggiamenti razzisti, inizia ad apprezzare il suo medico indiano. Evelyn ottiene un lavoro di consulenza per il personale di un call center su come interagire con i vecchi clienti britannici prima di proporre i loro prodotti. Sonny si sforza di raccogliere fondi per ristrutturare l’hotel che ha molti debiti, e continua a frequentare la fidanzata Sunaina nonostante la disapprovazione di sua madre.

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19Mar/17

“Django Unchained” di Quentin Tarantino (2012)

di Roberto Bolzan

che poi vorrebbe dire “Django scatenato”. Questo per essere precisi.

Andiamo volentieri a vedere i film di Tarantino. Il ragazzo ha sbuzzo e bona volontà, ci sa fare ed è furbo e sveglio, non è uno da sottovalutare.

Stavolta la storia si svolge nel far west degli anni ’50 del secolo XIX, dove Django è uno schiavo che incontra un cacciatore di taglie che lo libera e lo associa a sé nel suo lavoro. Dopo un po’ di gigioneggiamenti di riscaldamento, il dentista Christoph Waltz ferma il carrettino (con un gigantesco dente sul tettuccio) per raccontare allo schiavo Jamie Foxx l’amore tra Brunilde e Sigfrido.

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12Mar/17

“Diabolik” di Mario Bava (1968)

di Roberto Bolzan

Ci fu un’epoca, nemmeno tanto lontana nel tempo, di grande libertà del linguaggio. Oggi abbiamo una enorme disponibilità di strumenti di comunicazione, queste parole vi raggiungono in pochi secondi e forse non sarete solo dieci lettori, ma quanto a libertà di espressione… Perché il confine principale della libertà (a parte il non danneggiare un altro, ma l’espressione delle idee mai e poi mai può risolversi in un danno ad un’altra persona) è quello che ci diamo noi stessi quando limitiamo l’immaginazione ponendoci le recinzioni del consentito.
Vediamo quindi volentieri i film degli anni ’60 e ’70, epoche dalle quali traiamo oltre a grande godimento, anche molte suggestioni per l’epoca presente.

Un amico ci suggerisce, tra risate compiaciute che poi chiariremo, un film che ci era sfuggito, del grande Mario Bava: Diabolik.

Il film è chiaramente un B-movie. Oggi i B-movie sono oggetto di culto, all’epoca si trattava di schifezze innominabili. Popolato di personaggi di valore, il cinema italiano produceva capolavori anche con gli scarti di lavorazione.

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05Mar/17

“Flags of Our Fathers” e “Lettere da Iwo Jima” di Clint Eastwood (2006 e 2007)

di Roberto Bolzan

 

Siamo rimasti molto delusi dal modo in cui Mel Gibson tratta la guerra. Ne abbiamo parlato la scorsa settimana. La guerra, infatti, non si esaurisce con il realismo delle immagini e con le belle storie, ma richiede intelligenza sia nel combatterla che nel raccontarla. Siamo quindi andati a vedere un film (anzi, una coppia di film, perché vanno visti insieme) che rappresenta l’esatto opposto, da questo punto di vista. Tutti i film oggi partono dallo standard, stabilito da Salvate il soldato Ryan di Spielberg e dalle scene di sbarco crudeli e violente vanno poi ciascuno per la sua strada.

Durante la seconda guerra mondiale sulla piccola isola di Iwo Hima, tra la spiaggia di sabbia nera e le cave di zolfo, si combatte una battaglia feroce tra americani e giapponesi.
L’isola, su cui erano dislocati 22mila giapponesi, era la stazione di pre-allarme per la terraferma e consentiva alle difese antiaeree nipponiche di colpire facilmente i bombardieri americani. Lo sbarco inizia il 19 febbraio 1945 e durante la battaglia, durata più di un mese, muoiono 7mila americani e 21mila giapponesi.

Due cose accadono in quella battaglia: gli americani piantano una bandiera su una cima e la foto che ritrae l’evento viene usata dalla macchina di propaganda americana come simbolo tangibile della imminente vittoria sul nemico ed al contempo per raccogliere fondi da destinare ai disastrosi bilanci della guerra; un soldato giapponese seppellisce nella sabbia le lettere dei suoi compagni scritte per i familiari e non ancora spedite.
Lo scrittore James Bradley, figlio di uno degli uomini che alzarono la bandiera americana, decide di cercare altri reduci di quella spedizione militare e chiedere loro cosa realmente fosse successo in quei giorni. Bradley constata presto che molte delle cose che il mondo crede di sapere sulla foto e sulla battaglia sono sbagliate, soprattutto perché essa fu assunta come simbolo della vittoria mentre in realtà fu scattata solamente il quinto di quaranta giorni di sanguinosa battaglia. I soldati giapponesi, mandati allo sbaraglio, sono consapevoli di non tornare più a casa. Persone comuni che desiderano solo tornare a rivedere il figlio appena nato, oppure coltivare le proprie passioni sportive, assolutamente impreparate alla guerra. Il comandante Tadamichi Kuribayashi, uomo di grande cultura, è stato a lungo negli Stati Uniti e sa perfettamente di combattere una guerra senza speranza ma, profondo conoscitore delle strategie militari, ha l’obiettivo di uccidere almeno dieci americani.
L’idea geniale è stata di girare due film nei quali le storie si sviluppano parallele, ma senza la necessità di intrecciarle. In questo modo ciascuna delle parti è girata singolarmente in modo da rappresentare nel modo più libero le caratteristiche dei due popoli coinvolti nel conflitto.

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26Feb/17

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “La battaglia di Hacksaw Ridge” di Mel Gibson (2016)

di Roberto Bolzan 

I mean, if it walks like a duck, quacks like a duck... Abbiamo sempre la stella polare del poeta James W. Riley che, grazie a questa frase, andrebbe iscritto nell’albo dei massimi filosofi. Il test dell’anatra: quando vedo un uccello che cammina come un’anatra e nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, chiamo quell’uccello “anatra” .
Con questo fermo principio gnoseologico siamo andati a vedere l’ultima opera di Mel Gibson e, con in mente il detto pane al pane e vino al vino, ve ne parleremo con franchezza.

La trama, innanzitutto. 1942, il giovane Desmond Doss (Andrew Garfield), obiettore di coscienza per motivi religiosi e figlio di un veterano della prima guerra mondiale, decide di arruolarsi per servire il proprio paese. Dopo un addestramento duro e a tratti umiliante, viene ufficialmente designato come soccorritore nella cruenta battaglia di Okinawa. Senza mai imbracciare un’arma, Doss dimostrerà a tutti di essere un grandissimo eroe salvando la vita a 75 uomini e diventando il primo obiettore insignito della medaglia d’onore del congresso, la più alta onorificenza militare americana. Continue reading