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07Lug/17

BEATI COLORO CHE HANNO SOLO CERTEZZE

Di Alberto Piovani

Ho un figlio grande ormai, è sano, bello come pochi, intelligente come pochi, ha un cuore coraggioso e generoso come pochi.
Lo ammetto, ho avuto fortuna !
Forse per questo, negli ultimi giorni, non riesco a non pensare a cosa farei io se fossi nei panni dei genitori di Charlie. Pensa che ti ripensa, sono arrivato ad una conclusione: non lo so.
La sola cosa che so, è che quando avevo in braccio mio figlio per addormentarlo, fin dal suo primo giorno di vita, mi sentivo addosso la forza di tutti i supereroi Marvel.
Se qualcuno avesse provato a fargli del male, avrebbe avuto a che fare con una belva feroce, assetata di sangue, disposta al sacrificio della propria vita pur di proteggere quella creatura unica al mondo.
Penso che qualcosa di simile passi nella testa di ogni genitore, specialmente quando i figli sono piccoli ed indifesi.
Ciò che mi stupisce leggendo il dibattito tra i miei contatti sui social network, è che quasi tutti si preoccupano del bimbo ed ignorano le ragioni dei genitori. Leggo anche persone di grandi qualità morali ed intellettuali definire i due genitori, nella migliore delle ipotesi, come persone obnubilate dal dolore incapaci di accettare il destino crudele che li ha colpiti, nella peggiore invece, come due egoisti e/o fanatici religiosi che, pur di difendere la sacralità della vita, non si preoccupano di infliggere al figlio altre inutili sofferenze.
E quindi tutti a sostenere in coro: Il diritto del bambino ad una vita dignitosa è superiore ad ogni altro diritto, quindi se non lo rispettano i genitori che sia un tribunale a farlo rispettare. Avanti con la sentenza di morte!
Ma cosa è una vita dignitosa o, per meglio dire, che valga la pena di vivere?
Chi può dare una definizione univoca, valida “erga omnes” ?
Mi vengono in mente due casi che mi hanno molto colpito in passato.
Il primo è quello di una signora di Genova costretta a vivere nel “polmone d’acciaio”. Una trentina d’anni fa la intervistò una troupe di un tiggì nazionale e lei rispose alle domande sprizzando gioia di vivere da ogni poro.
Qualche anno dopo, un uomo che sembrava avesse tutto dalla vita (salute, bellezza, ricchezza), Edoardo Agnelli, si tolse la vita gettandosi da un cavalcavia.
Qual era la vita più “dignitosa”? Queste due persone avevano pareri molto diversi.
Per innata insicurezza, cerco sempre di carpire dagli altri insegnamenti che mi aiutino a vivere meglio.
Cosa mi insegnò la prima persona? Ad avere coraggio.
Cosa mi insegnò la seconda? Ad avere pietà, a non giudicare ciò che non si conosce a fondo.
Entrambi mi insegnano che non c’è un’unica risposta alla domanda di senso della vita, che ognuno deve cercare la sua, che non si può mai smettere di fare la domanda.
Probabilmente nel caso del piccolo Charlie la decisione dei medici è la più razionale, ma è quella giusta?
Siamo sicuri che la razionalità faccia premio su tutto? Non contano la speranza e la pietà?
Possiamo negare ai due genitori un ultimo disperato tentativo, oltre tutto fatto a loro spese e non a carico della collettività?
Si dice: il bambino soffrirà inutilmente. Non credete che sarà una sofferenza atroce anche per i genitori l’ulteriore sentenza medica di condanna?
Vedo dalle foto che i genitori sono ancora giovani, potrebbero avere altri figli e credo che questi potrebbero essere sani, del resto la patologia è talmente rara che non credo si possa ripetere nel loro caso. Non sarebbe questa una soluzione più comoda?
Per me si, eppure lottano per salvare proprio questo figlio!
Solo egoismo? Io ci vedo tanta forza d’animo, tanta speranza, tanta voglia di sfidare le avversità. Sono tutte caratteristiche che rendono gli esseri umani capaci di nobiltà d’animo che è poi il tratto che ci distingue dagli altri animali.
Veniamo ora alla questione più spinosa: è giusto che intervenga un tribunale in questa circostanza?
La domanda che fate non è peregrina: una volta stabilito che si sta facendo soffrire inutilmente il piccolo Charlie, si resta indifferenti o si interviene in sua difesa obbligando i genitori a smettere di maltrattarlo?
Non è la stessa cosa che si fa punendo i genitori che praticano l’infibulazione sulle bambine o i genitori che “vendono” i propri figli ai pedofili o i genitori che obbligano le figlie ai matrimoni combinati?
Io non credo che il caso di Charlie sia assimilabile ad alcuna fattispecie. Io credo che di fronte a due pareri legittimi (medici e genitori) debba prevalere quello di chi ha più da perdere, senza dubbio i genitori.
Infine vi invito a fare un’ultima riflessione.
Davvero vogliamo che la legge materiale entri in un campo in cui dovrebbe esistere solo la Legge Morale?
Regolare la morte, la sofferenza, l’affetto famigliare ha senso? E’ possibile?
Sono casi così unici, così difficili da ridurre a fattispecie generali, così sfuggenti, che lasciano a chi è chiamato a dirimerli, il giudice, un margine di discrezionalità troppo ampio.
Discrezionalità per discrezionalità, io preferisco quella dei genitori.
Basti ricordare i casi (ne sono capitati diversi) in cui il tribunale dei minori ha tolto i figli ad alcune famiglie solo perché povere per darli in affidamento a terzi.
E’ questa la dignità della vita che vogliamo difendere?

02Ago/16

2 AGOSTO 1980: BOMBA ALLA STAZIONE DI BOLOGNA

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Il 2 agosto del 1980 esplode la sala d’aspetto della seconda classe della stazione di Bologna. Il tragico bilancio è di 85 morti ed oltre 200 feriti. Solo un paio di mesi prima Bologna era stata colpita da un altro tragico evento, la strage del DC 9 ITAVIA precipitato al largo di Ustica. Nonostante siano passati 36 anni la verità non è ancora venuta a galla, l’unica cosa certa che sappiamo è che le cose non sono andate come ce le hanno raccontate. Pubblichiamo di seguito una riflessione del nostro Roberto Bolzan.

 

di Roberto Bolzan

Tra la fine di giugno e l’inizio di agosto del 1980 si è combattuta nei cieli italiani e nelle stazioni una vera e propria guerra nella quale sono rimaste vittima 166 persone inconsapevoli.
Non si tratta di quello che tutti ci siamo sentiti raccontare in questi anni, della battaglia aerea sui cieli di Ustica, e non si tratta di attentati squilibrati di un gruppo di neofascisti o delle trame segrete dei servizi. Siamo stati per una generazione intera abituati a pensare pigramente alle stragi di stato, a dare la colpa sempre ai servizi deviati. Non che non ci siano stati, ma non parliamo di questo. Non in questi casi.
Trentasei anni dopo quell’anno che ha colpito così tremendamente Bologna la verità, non la verità processuale perché quella si è arenata tra le nebbie, la verità dei fatti si sta facendo strada spontaneamente, nello svolgimento naturale che i fatti prendono nella memoria prima di farsi storia.
Trentasei anni non sono ancora storia ma non sono cronaca. Chi li ha vissuti da giovane oggi è un uomo maturo e la sua vita non è più quella di allora, figli sono nati e cresciuti e vecchi sono morti. Chi allora era adulto è entrato nell’età nella quale ormai poco importa. Un’intera generazione è cresciuta in questo intervallo di tempo, senza sapere più di tanto, se non che un giorno un aereo è caduto, colpa di un missile (e non è vero), e che una bomba è esplosa in un giorno d’inizio vacanze, spazzando via un’ala della stazione e le vite di persone a caso, polverizzate così.
Mia figlia ha studiato scolara di fianco alla lapide di Manuela Gallon, undicenne, falciata sul finire della scuola elementare e per me era una quotidiana riflessione dolorosa, per lei una cosa commovente ma lontana.
Il tempo è passato e la verità sta venendo a galla inesorabile.
La prima, la cosa più logica, è mettere in relazione questi due avvenimenti. Bologna, la città colpita, perché l’aereo di Ustica veniva da Bologna; la prossimità temporale; la mancanza di rivendicazione; il mezzo, l’esplosivo.
Oggi, a chi vuole leggere i documenti, una sentenza di un tribunale esclude tutte le ipotesi tranne quella della bomba a bordo dell’aereo. Basta leggere i documenti. Non è accertata, ma rimane solo quella.
Oggi, a chi non crede alle verità di comodo, basta wikipedia per vedere descritta l’ipotesi mediorientale, libica, all’origine della strage della stazione di Bologna. E basta leggere qualche libro, approfondire con qualche sito specializzato la conoscenza dei fatti, e cade subito l’ipotesi neofascista e cade la manfrina della strage di stato.
E’ tempo della verità, non solo a risarcimento e consolazione dei familiari e dei sopravvissuti, ma perché il paese deve lasciarsi alle spalle le verità di comodo.
C’è un filo che lega quel che è successo allora e quello che succede oggi in tutt’Europa, che in effetti per ora ci risparmia ma, com’è successo allora, non è detto che ci risparmi sempre.
Mancano i dettagli, vero. Non sappiamo esattamente del lodo Moro. Non sappiamo chi ha ordinato e chi ha materialmente compiuto i massacri. Altre cose non sappiamo. Ma sappiamo ormai, chi sa leggere sa, che l’origine è lì.
Una guerra che dura ormai da mezzo secolo, che si intreccia strettamente con l’altra guerra civile europea, quella con il mondo sovietico, che si è lentamente trasformata diventando da prevalentemente politica a religiosa, ma senza mai perdere la continuità.
E’ tempo di unirsi in una comune consapevolezza, lasciare perdere le immagini semplici, i Paolo Bolognesi, le Darie Bonfietti, i proclami di chi nulla più riesce a spiegare; se ne vadano a quel paese per conto loro. E’ tempo di riconoscere che da mezzo secolo almeno sempre gli stessi protagonisti, arabi mediorientali, nelle stazioni, negli aeroporti, in volo, nelle discoteche, nei villaggi olimpici, nelle ambasciate, nelle redazioni, sui marciapiedi, dove capita, stanno massacrando cittadini pacifici ed inconsapevoli. E’ ora di comprendere e di dire basta.
Bologna è una città ospitale, una vecchia puttana, ha ospitato volentieri queste persone e ne è stata orribilmente ripagata. E’ tempo di saperlo, è tempo di fare i conti.