SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “I magnifici sette” di Antoine Foquas (2016)

di Roberto Bolzan

Di ritorno da un viaggio il menù del volo non dava molta scelta e quindi abbiamo visto questo, che appartiene ad un genere che ci piace molto.

Il western è un genere di scelte morali e rappresenta da sempre il fondamento etico del cinema americano. I cowboy si confrontano con i criminali e si contrappongono a sindaci spietati o comunità pavide, sono gli unici con la schiena dritta e tengono alta la bandiera della moralità in un mondo in cui è troppo conveniente ammainarla. Cosa c’è di meglio?
Per di più il regista dichiara di aver iniziato a fare il regista dopo aver visto I sette samurai, e in un’altra intervista dichiara Il buono, il brutto e il cattivo come il suo film preferito. Kurosawa e Leone, caspita! ci siamo detti, andiamo a vedere il frutto di tanta applicazione.

Leggi tutto

21 GENNAIO 2000: FUNERALI DI BETTINO CRAXI A TUNISI

craxi5in

Dopo le esequie, i familiari diffondono un memoriale scritto di suo pugno dall’ex-leader socialista pochi giorni prima di morire. In quel documento, Craxi ribadisce che tutti i partiti erano coinvolti nel finanziamento illecito della politica e si chiede polemicamente come sia possibile che le cariche istituzionali italiane fossero all’oscuro di un sistema di corruttele così ramificato. Craxi Nomina apertamente: Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Spadolini, Nicola Mancino e Giorgio Napolitano. Con la sospetta eccezione dei politici comunisti, l’inchiesta della magistratura milanese, ricordata come “tangentopoli”, spazzò via un’intera classe politica; tuttavia, nonostante una (parzialmente) nuova classe politica, i modi di governare questo paese non sono cambiati: la corruzione è infatti all’ordine del giorno.

Leggi tutto

20 GENNAIO 1942: I NAZISTI PIANIFICANO L’OLOCAUSTO

hiteler

20 GENNAIO 1942: I NAZISTI PIANIFICANO L’OLOCAUSTO

Quindici tra i maggiori funzionari del Partito Nazista e del Governo tedesco si riunirono in una villa nel sobborgo berlinese di Wannsee per discutere l’esecuzione di quella che venne chiamata la “Soluzione Finale alla Questione Ebraica”. “Soluzione Finale” divenne poi il nome in codice dello sterminio sistematico e premeditato degli Ebrei di tutta Europa, piano che, in un momento imprecisato del 1941, venne autorizzato dallo stesso Adolf Hitler. Il Generale delle SS Reinhard Heydrich organizzò la conferenza di Wannsee in primo luogo per informare i partecipanti “Soluzione Finale” e, poi, per rivelare che Hitler stesso aveva affidato ad Heydrich e all’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich il compito di coordinare l’intera operazione. Gli uomini riuniti a Wannsee non misero mai in discussione se il piano dovesse essere realizzato o meno, ma lavorarono direttamente all’individuazione dei sistemi più adatti per metterlo in pratica. Quando la Conferenza di Wannsee ebbe luogo, la maggior parte dei partecipanti sapeva già che il regime nazista aveva iniziato lo sterminio in massa degli Ebrei e di altri civili nelle zone occupate dai Tedeschi in Unione Sovietica e in Serbia. Nessuno dei funzionari presenti si oppose alla politica della Soluzione Finale annunciata da Heydrich. Alla Conferenza non erano presenti né rappresentanti dell’esercito né dell’ente preposto all’amministrazione delle ferrovie del Reich. Le SS e la polizia, infatti, si erano già accordate con gli Alti Comandi dell’esercito tedesco per l’uccisione dei civili – inclusi gli Ebrei sovietici – nella primavera del 1941, prima dell’invasione dell’Unione Sovietica. Verso la fine di settembre del 1941, Hitler aveva poi autorizzato l’uso delle ferrovie del Reich per il trasporto degli Ebrei tedeschi, austriaci e cecoslovacchi verso le zone occupate della Polonia e dell’Unione Sovietica, dove i Nazisti ne avrebbero poi assassinato la maggior parte. Secondo Heydrich i provvedimenti contenuti nella Soluzione Finale avrebbero dovuto colpire circa 11 milioni di Ebrei residenti in Europa, cifra che includeva non solo coloro che vivevano nei paesi controllati dall’Asse, ma anche quelli del Regno Unito e delle nazioni rimaste neutrali (Svizzera, Irlanda, Svezia, Spagna, Portogallo e Turchia). Nonostante i vari eufemismi usati nei protocolli degli incontri, lo scopo della Conferenza di Wannsee fu sempre ben chiaro ai suoi partecipanti: coordinare le azioni che avrebbero portato alla completa eliminazione di tutti gli Ebrei d’Europa. Negli atti della conferenza non si fa menzione all’uso di gas come metodo per l’eliminazione degli ebrei. Al contrario al termine della pagina 7 del protocollo si legge: « Adesso, nell’ambito della soluzione finale, gli ebrei dovrebbero essere utilizzati in impieghi lavorativi a est, nei modi più opportuni e con una direzione adeguata. In grandi squadre di lavoro, con separazione dei sessi, gli ebrei in grado di lavorare verranno portati in questi territori per la costruzione di strade, e non vi è dubbio che una gran parte verrà a mancare per decremento naturale.» Questa affermazione potrebbe far pensare che il duro lavoro in condizioni estremamente disagiate sia stata l’arma privilegiata usata dai nazisti nel genocidio, in contrapposizione alla pratica della gassazione. D’altra parte Adolf Eichmann, presente a Wansee, nel corso del processo a suo carico (procedimento giudiziario oggetto del celebre volume “la banalità del male” di Hannah Arendt) tenuto a Gerusalemme nel 1961, smentì – pur sminuendo il suo ruolo – questa interpretazione. Le minute relative alla conferenza vennero redatte da Eichmann stesso utilizzando un adeguato linguaggio «ufficiale» e furono più volte inoltrate a Heydrich che provvide a emendarle ulteriormente. Alla domanda postagli dal presidente della corte Moshe Landau, riguardo a cosa si fosse realmente parlato nel corso della conferenza, Eichmann rispose: «Si parlò di uccisioni, di eliminazione e di sterminio. […]». Certamente alla data della conferenza le procedure di sterminio attraverso la gassazione non erano ancora state completamente affinate, ma i primi esperimenti effettuati in Unione Sovietica mediante l’utilizzo di Gaswagen[ e le precedenti esperienze di camere a gas fisse utilizzate nel corso dell’Aktion T4 meglio si accordavano con la visione di Himmler che voleva evitare l’«imbarbarimento» (e lo «stress» causato dalle fucilazioni) degli uomini delle SS impiegati nelle operazioni di sterminio. Durante la conferenza fu redatto in trenta copie il cosiddetto Protocollo di Wannsee, in cui viene ribadita la “selezione naturale” degli ebrei, quindi l’inferiorità della loro razza e la necessità di procedere a una soluzione finale. Sulla conferenza di Wannsee, nel 2001, è stato girato un film dal titolo Conspiracy – Soluzione finale, per la regia di Frank Pierson e la sceneggiatura di Loring Mandel, con attori del calibro di Kenneth Branagh (Reinhard Heydrich), Stanley Tucci (Adolf Eichmann) e Colin Firth (Wilhelm Stuckart).

Fonte: sito web “Enciclopedia dell’Olocausto”

 

18 GENNAIO 1919: APPELLO AI LIBERI E FORTI

sturzo appello

Don Luigi Sturzo (nella foto) diffonde l'”appello ai liberi e forti” al seguito del quale nasce ufficialmente il Partito Popolare italiano. Sturzo definì se stesso “sognatore e uomo d’azione”. E un sogno Luigi Sturzo lo aveva: trasformare il pensiero e l’atteggiamento dei cattolici italiani verso la vita moderna e i problemi sociali. Per realizzarlo fondò un partito che chiamò “popolare”, non “cattolico”, perché, disse: “il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politico, è divisione”. Così rivolse il suo Appello a “tutti gli uomini liberi e forti”, perché si unissero in una battaglia politica che mettesse al centro la persona, la libertà di religione e di insegnamento, che realizzasse una legislazione per il lavoro, le autonomie dei comuni, la famiglia, che desse il voto alle donne (cui allora neanche lo Stato liberale riconosceva quel diritto), che lottasse contro clientelismo, corruzione, mafia. Il patrimonio di valori condivisi, di moralità e di partecipazione democratica ai destini di tutti, finì come un fiume carsico ad alimentare la lotta di molti contro il fascismo, quando Sturzo fu abbandonato dalla Chiesa stessa, tentata dalla sirena di Mussolini a stringere i patti del Laterano, e venne costretto all’esilio. E come un fiume carsico contribuì a formare le coscienze di molti che avrebbero costruito la nuova Italia del dopoguerra. Lui però, tornato dagli Stati Uniti, non legittimò gli uomini della DC come eredi e molti di essi disconobbero la sua paternità ideale. Ma nessuno potè sminuire la portata e gli effetti rigeneratori che l’appello ebbe per ”tutti gli uomini liberi e forti” di cui vi proponiamo gli stralci più significativi. Si tratta di una vera e propria pagina di libertà  contro l’invadenza dello Stato che già allora era molto accentuata.

 A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. (…) Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali. Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl’individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche. Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale. Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale, nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici, mentre l’incremento delle forze economiche del Paese, l’aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del Mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l’analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopo-guerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria. (…) A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell’amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l’adesione al nostro Programma.

17 GENNAIO 1706: NASCE BENJAMIN FRANKLIN

225px-BenFranklinDuplessis

Genio poliedrico, fu uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti. Svolse attività di giornalista, pubblicista, autore, tipografo, diplomatico, attivista, inventore, scienziato e politico. Fu tra i protagonisti della Rivoluzione americana. Diede contributi importanti allo studio dell’elettricità e fu un appassionato di meteorologia e anatomia. Inventò il parafulmine, le lenti bifocali, l’armonica a bicchieri e un modello di stufa-caminetto noto nel mondo anglosassone come stufa Franklin. Inoltre propose l’instaurazione dell’ora legale. Per la sua notorietà e multiforme attività, gli viene attribuita l’invenzione di diversi altri dispositivi che in realtà semplicemente utilizzò, portandoli alla pubblica attenzione, o migliorò, come l’odometro. Contribuì sia alla creazione della prima biblioteca pubblica statunitense che del primo dipartimento di vigili del fuoco volontari della Pennsylvania. Benjamin Franklin, incarnazione dello spirito illuminista e incarnazione del self-made man in quanto intellettuale autodidatta, si guadagnò il titolo di “Primo Americano” per la sua infaticabile campagna per l’unità delle tredici colonie originarie. Fu una figura fondamentale nella definizione dell’ethos statunitense come fusione di valori pragmatici (quali il duro lavoro e l’importanza dell’educazione e della parsimonia) e democratici (lo spirito comunitario e l’opposizione all’autoritarismo, sia politico che religioso), nello spirito razionale e tollerante dell’Illuminismo. Secondo le parole dello storico Henry Steele Commager, “In Franklin poterono fondersi le virtù del Puritanesimo senza i suoi difetti e la luce dell’Illuminismo senza il suo ardore eccessivo.” Walter Isaacson definisce Franklin, “il più dotato americano della sua era e colui che più influenzò il tipo di società che gli Stati Uniti sarebbero diventati.

16 GENNAIO 1605: PUBBLICAZIONE DE “DON CHISCIOTTE DE LA MANCIA”

Cervantes

Don Chisciotte della Mancia (titolo originale in lingua spagnola: El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha) è la più rilevante opera letteraria dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra (nel ritratto), e una delle più importanti nella storia della letteratura. Vi si incontrano, bizzarramente mescolati, sia elementi del genere picaresco, sia del romanzo epico-cavalleresco, nello stile del Tirante el Blanco e del Amadís de Gaula. Cervantes, che si era aggregato alla flotta Cristiana alla volta di Lepanto, di ritorno da quell’estenuante battaglia fu ricoverato presso l’Ospedale Maggiore della città di Messina, nella quale si riuniva lo stato maggiore di Don Giovanni d’Austria. E fu proprio a Messina, in quel momento delicato della sua esistenza, durante la convalescenza, che egli iniziò a scrivere il suo capolavoro, ossia il Don Chisciotte della Mancia. Pubblicato in due volumi a distanza di dieci anni l’uno dall’altro (1605 e 1615), il Don Quijote è l’opera letteraria principale del Siglo de Oro ed è il più celebrato romanzo della letteratura spagnola.

Trama del don Chisciotte

Un signorotto di campagna, Alonso Quijada o Quesada, incitato dalla lettura dei romanzi cavallereschi, decide di mettersi in giro per il mondo, facendosi cavaliere con il nome di don Chisciotte della Mancia. Per gloria sua e del paese deve difendere gli ideali più alti: giustizia, pace, difesa degli oppressi. Ribattezza il suo ronzino con il nome di Ronzinante e si sceglie una dama, una contadina della sua terra che chiama Dulcinea del Toboso. Don Chisciotte, dopo aver scambiato un’osteria per un castello e fattosi armare cavaliere dall’oste, inizia le sue imprese: cerca di difendere un ragazzo malmenato da un contadino ma finisce col peggiorare la situazione; impone ad alcuni mercanti di rendere omaggio a Dulcinea, ma questi lo picchiano a sangue.Riportato a casa e guarito, riparte con al fianco uno scudiero, Sancio Panza, un contadino del paese, al quale promette fortuna e un’isola da governare. Assieme al suo scudiero intraprende nuove “avventure” e quindi nuovi guai, che spesso sono dovuti all’eccessiva fantasia del cavaliere, la quale stravolge e allontana dalla realtà il mondo che circonda i due protagonisti. Don Chisciotte lotta contro i mulini a vento scambiati per giganti, cade vittima dei mulattieri e di un oste, che lo picchiano a sangue, dei pastori che lo prendono a sassate, dei galeotti e di molte altre persone, che sicuramente non erano valorosi cavalieri. Compiute molte paradossali imprese, ha termine la prima parte del romanzo, che vede il suo ritorno a casa con la complicità di Sancio, del curato e del barbiere del paese.Dopo un breve periodo di riposo e riacquistata la fiducia degli amici, riparte. Seguono così nuove imprese a cui Sancio partecipa con entusiasmo, impaziente di prendere il comando di un’isola. I due giungono al castello di un duca e di una duchessa, che venuti a conoscenza delle loro comiche gesta, si prendono gioco di loro (fra l’altro nominano Sancio governatore dell’isola di Baratteria). Ripreso il cammino, arrivano a Barcellona dove il cavaliere della Bianca Luna, che in realtà era l’amico Carrasco, sfida don Chisciotte e lo vince. Carrasco gli ordina di ritornare al suo paese ed egli, fedele alle regole della cavalleria, così fa. Tornato nella propria terra si ammala e, per le fatiche provate, ma soprattutto per l’impossibilità di non poter più perseguire i propri ideali, muore.

Analisi del Don Chisciotte

Il “Don Chisciotte” si colloca nel “siglo de oro” della letteratura spagnola ed è una delle più alte espressioni di un’epoca, che include una straordinaria varietà di generi letterari. Quest’opera si ricollega alla letteratura contemporanea costituita dai romanzi cavallereschi e dai romanzi picareschi (D). Nel Don Chisciotte lo scrittore usa il dissolvimento dell’antico mondo cavalleresco e la contraddittorietà del presente come materia di trasformazione parodistico-fantastica. Il primo fine, dichiarato esplicitamente nel Prologo dallo stesso Cervantes, è quello di ridicolizzare i libri di cavalleria e di satireggiare con il mondo medioevale, tramite il “folle” personaggio di Don Chisciotte; infatti in Spagna la letteratura cavalleresca, importata dalla Francia, aveva avuto nel cinquecento grande successo, dando luogo al fenomeno dei “lettori impazziti”.

Inoltrandosi nella lettura, subito dopo le prime avventure, Don Chisciotte perde gradualmente la connotazione di personaggio “comico” e acquista uno spessore più complesso. Lo stesso romanzo diventa ben presto ben più che una parodia o un romanzo eroicomico. Il “folle” cavaliere ci mostra il problema di fondo dell’esistenza, cioè la delusione che l’uomo subisce di fronte alla realtà, la quale annulla l’immaginazione, la fantasia, le proprie aspettative, la realizzazione di un progetto di esistenza con cui l’uomo si identifica. Il “disinganno”, cioè il tema dello scontro struggente tra ideale e reale, che ritroviamo nel romanzo, fu per Cervantes, non solo un motivo poetico, ma anche un’esperienza personale.

Già all’inizio del “Don Chisciotte” si notano le opposte figure del cavaliere e dello scudiero: l’uno alto e magro, l’altro basso e grasso; Sancio pratico, attaccato alla realtà e all’interesse, Don Chisciotte sognatore e ligio al dovere. I due personaggi danno così origine alla compresenza degli opposti e quindi all’assenza di certezze assolute, caratteristica tipica del Manierismo (D). L’autore assume di fronte alla realtà un atteggiamento non più univoco.

Nella seconda parte Cervantes, con l’introduzione di molti nuovi personaggi, attua una moltiplicazione senza fine delle prospettive e dei piani narrativi, squisitamente Barocca (D).

Sancio Pancia e Don Chisciotte, all’inizio tanto diversi fra loro, quasi a voler rappresentare due opposti, alla fine delle loro avventure si sono equilibrati a vicenda: il cavaliere si trasforma in un gentiluomo assennato che dai propri valori, non più assoluti e tirannici, trae spunti per risolvere le difficoltà nel rispetto di tutti; mentre lo scudiero supera l’assoluto materialismo e realismo, convergendo come Don Chisciotte verso una zona intermedia di equilibrio.

Il Don Chisciotte è un’opera comica nel più alto dei significati e cioè nel medesimo tempo profondamente triste, ricca di implicazioni e per molti aspetti moderna. Il cavaliere nell’urto del suo mondo con la realtà, conferisce alla storia un significato più profondo e universale. Egli è comico in tutto tranne che nell’ardente sincerità della sua fede.

Penso che in ogni epoca l’uomo sia stato costretto, e lo sia tuttora, dalle vicende della vita a ripetuti compromessi, a sconfitte, a tristezze; perciò mi chiedo se la follia di Don Chisciotte (vedi “Erasmo”) sia una vera follia o se egli fosse un savio, cioè uno che ha scoperto, contro ogni apparenza, il significato primo dell’esistenza. Tanto è vero che egli finisce per coinvolgere nella sua “follia” anche il terrestre Sancio.

Il romanzo può anche essere letto secondo coordinate di carattere storico: il declino della Spagna di fine Cinquecento, che dopo Carlo V (SB), con Filippo II (SB), vide la fine dei sogni di grandezza, simbolicamente rappresentata dalla sconfitta dell’Invincibile Armata da parte della flotta inglese (1588). La crisi economica, sociale e politica della Spagna corrisponde ad una crisi di valori nell’Europa del tempo, travagliata da lotte di potenza imperialistica e da uno sviluppo sempre maggiore del capitalismo (D). Il cavaliere dalla “triste figura” si scontra con un mondo che non ha più i suoi punti di riferimento e non condivide i suoi ideali di hidalgo e di cavaliere.

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “The Founder” di John Lee Hancock (2016)

di Roberto BolzanNEKWLDnIIIhlOR_2_b

Ci piacciono sempre i film che narrano del capitalismo e delle vite di uomini che si sono fatti largo nella vita. Non ci siamo persi quindi la storia del proprietario di McDonald, colui che l’ha fatta diventare la prima catena di ristoranti del mondo.

Siamo negli Stati Uniti, nei magici anni ’50, con i drive-in, le automobili pastello e le donne con le gonne. Ray Kroc, venditore senza successo di frullatori per ristoranti, si imbatte nei fratelli Mac e Dick McDonald che hanno avviato un chiosco innovativo di hamburger a San Bernardino.
Il metodo di produzione si potrebbe dire fordiano ed è studiato con la massima cura per preparare un pasto caldo in 30 secondi, cosa graditissima al pubblico che, infatti, si affolla davanti al locale in lunghe file. Leggi tutto

15 GENNAIO 1753: APRE IL BRITISH MUSEUM

Rosetta_Stone

 

Il British Museum (in italiano: Museo britannico) è uno dei più grandi ed importanti musei della storia del mondo. È stato fondato nel 1753 da sir Hans Sloane, un medico e scienziato che ha collezionato un patrimonio letterario ed artistico nel suo nucleo originario: la biblioteca di Montague House a Londra. Questa è stata acquistata dal governo britannico per ventimila sterline ed aperta al pubblico il 15 gennaio 1759. Il museo ospita circa otto milioni di oggetti che testimoniano la storia e la cultura materiale dell’umanità dalle origini ad oggi: l’oggetto più iconico ospitato nel museo è la stele di Rosetta che vedete nella foto.

PETROLIO A GIFFONI

Giffoni_Film_Festival

 

di Nicola Onnis

La location: scuola elementare a Giffoni Valle Piana.

La scena: e tu Bruce, cosa vuoi fare da grande? chiede la maestra. Il piccolo Bruce con sguardo sognante risponde: io da grande vorrei fare il cineasta.

Bravo Bruce, chi ti ispira di più? Vanzina o Kurosawa?

A me mi piace Kudosagua

dissolvenza e partono le sublimi note dal pianoforte del sensibile Giovanni Allevi.

Lo abbiamo detto, siamo a Giffoni. A Giffoni i ragazzetti non sognano una vita da astronauta o da calciatore, qui hanno il cinema nel sangue. Era il 1971 e al giovane Claudio Gubitosi (un altro, non il dirigente Rai) venne in mente un’idea meravigliosa. L’idea era quella di organizzare un festival del cinema per ragazzi, appunto il Giffoni Film Festival. Le prime edizioni furono caratterizzate dalla modestia dei fondi a disposizione. Uno schermo nella piazza del paese e qualche pellicola presa in prestito dagli archivi locali. Gubitosi era capace, non si discute, l’idea era originale e con entusiasmo riuscì ad attrarre partecipanti da mezza Europa. Una certa spinta psicologica arriva nel 1982 quando l’ospite d’onore Francois Truffaut dichiara: “di tutti i festival del cinema, questo di Giffoni è il più necessario”. Leggi tutto

14 GENNAIO 1858: FELICE ORSINI ATTENTA ALLA VITA DI NAPOLEONE III

felice_orsini-1

Sono le 19:15 di un tardo giovedì pomeriggio parigino. Monsieur Kim, netturbino, incaricato di spargere di sabbia la strada d’accesso al teatro dell’Opera di Parigi, fa difficoltà a svolgere il suo lavoro: due uomini non hanno intenzione di togliersi dalla sua traiettoria. Ostinato e diligente Monsieur Kim riesce a convincerli e finalmente a concludere la sua commissione. Poco dopo, gli stessi uomini, insieme ad altri due prendono posto sul marciapiede di via Le Peletier in attesa che arrivi l’imperatore accompagnato dalla sua consorte. Leggi tutto

Lo Status Quo del Rock

 

Status Quo, in Inghilterra una vera e propria istituzione. Una band capace di riaffiorare così tante volte dal fiume degli eccessi da diventare una delle più longevi della storia (1962 – in attività).
La scomparsa prematura del chitarrista Rick Parfitt nel dicembre del 2016 (nel gruppo dal 1967) autorizzerebbe a crederli finiti, e credetemi, il loro hard-rock boogie ci mancherebbe.
L’insistente Bob Geldof li volle ad aprire il Live Aid del 1985 perchè sapeva di non sbagliare. La carica che nei concerti gli SQ riescono a trasmettere è la più pura e contagiosa essenza del rock di sempre. Duecento milioni di spettatori del pianeta li sentirono cantare “Rockin’ All Over The World” e divenne subito l’inno della manifestazione.
Dietro all’immediatezza delle loro note si nasconde una qualità tecnica non comune che li ha accompagnati in più di ottanta album tra studio e live.
Gli Status Quo sono stati e saranno la sincera natura del rock: poche regole e tanto divertimento, uno status quo che non vorremmo cambiare.

(Alessandro Leonardi)

13 GENNAIO 1898: “J’ACCUSE” DI ZOLA

310px-J_accuse

J’Accuse…! (Io accuso…!) è il titolo dell’editoriale scritto dal giornalista e scrittore francese Émile Zola in forma di lettera aperta al Presidente della Repubblica francese Félix Faure, e pubblicato dal giornale socialista L’Aurore il 13 gennaio 1898, con lo scopo di denunciare pubblicamente le irregolarità e le illegalità commesse nel corso del processo contro Alfred Dreyfus, al centro di uno dei più famosi affaires della storia francese. La locuzione «j’accuse» è entrata nell’uso corrente della lingua italiana, come sostantivo, per riferirsi a un’azione di denuncia pubblica nei confronti di un sopruso o di un’ingiustizia.  Leggi tutto

11 GENNAIO 1944: FUCILATO CIANO

CIANO

Genero di Mussolini dopo aver sposato la figlia Edda, Ciano iniziò la sua collaborazione con il tiranno nel 1933, quando fu assunto come capo dell’ufficio stampa del Duce. Nel 1935 venne nominato a capo del MINCULPOP, il noto Ministero addetto alla Cultura Popolare del regime fascista e nel 1936, rientrato dalla guerra d’Etiopia, venne eletto ministro degli Esteri. Leggi tutto

9 GENNAIO 1950 – ECCIDIO DELLE FONDERIE RIUNITE A MODENA

acciaierie

E’ una storia densa di significato, una pagina triste che è costata la vita  a sei operai modenesi, uccisi dalle forze dell’ordine e che è sconosciuta al grande pubblico. Noi per ricordarla pubblichiamo l’intervista al professor Lorenzo Bertucelli dell’Università di Modena che ha dedicato un libro alla vicenda: “All’alba della repubblica. Modena 9 gennaio 1950. L’eccidio delle Fonderie Riunite (Edizioni Unicopli 2012)”. L’intervista è apparsa su “Il resto del Carlino”, l’8 gennaio 2013, in occasione della presentazione del libro di Bertuccelli.

Bertucelli, perché ha scelto di approfondire questa vicenda?
«Per capire in che modo una repubblica nata dalla speranza sia precipitata in un clima di conflittualità politica e ideologica così forte».
Qual è il contesto storico?
«Siamo nel pieno della guerra fredda, due visioni del mondo radicalmente diverse si confrontano. C’entra moltissimo, ma non basta a spiegare tutta la drammaticità di quel confilitto».
Perché?
«Perché in altri paesi simili al nostro dal punto di vista sociale, come la Francia, non si sono verificate queste sequenze di sangue».
Di che sequenza parla?
«Inizia nel ’47, con la strage di Portella della Ginestra, in Sicilia. Da quel momento muoiono decine di lavoratori in conflitti di lavoro. L’eccidio di Modena è il culmine».
Com’è andata, quel 9 gennaio?
«I sindacati avevano organizzato una manifestazione per impedire la riapertura delle Fonderie, dopo una serrata. Il proprietario voleva ripartire assumendo solo metà delle persone, e a sua discrezione».
Quanti operai lavoravano in quella fabbrica?
«Circa 500».
Continui.
«Per i sindacati, che vengono da alcune pesanti sconfitte, quella vertenza è l’ultima spiaggia. C’è tensione. Qualcuno vuole entrare e occupare; i leader della protesta non sono d’accordo, ma non si oppongono. Il corteo si avvicina alle fonderie».
In che zona siamo?
«In fondo a via Ciro Menotti, dove oggi c’è il cavalcaferrovia. Il corteo arriva da via Divisione Aqui, dal Torrenova (attuale) e dai campi. Ci sono dei posti di blocco davanti alla fabbrica e degli uomini armati dentro l’edificio».
Chi dà l’ordine di sparare?
«In realtà non c’è un vero e proprio ordine. Chi dice ‘c’era il ministro Scelba, era fascista, hanno sparato addosso alla gente’, non racconta la verità. Si tratta, piuttosto, di uno scontro che le forze dell’ordine non riescono più a gestire in modo razionale. Temevano un’insurrezione e quando hanno visto degli operai pronti a entrare hanno aperto il fuoco».
Quanti colpi?
«Almeno 200. Muoiono sei persone. Una ha 40 anni, le altre sono più giovani. Vengono colpiti da lontano. Uno di loro viene addirittura gettato in un fosso e colpito, dopo, alla nuca».
C’è stato un processo?
«Sì, ma gli imputati sono gli operai. Poliziotti e carabinieri sono stati tutti assolti. Nel ’54 cadono le accuse e inizia la causa civile. Le famiglie dei morti ottengono due milioni di lire, ma l’avvocatura dello stato tiene a precisare che la polizia ha usato legittimamente le armi da fuoco. La verità ufficiale rimane questa; per l’autocritica non c’è spazio».

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese (2016)

noi-perfetti-sconosciutidi Roberto Bolzan

 

Un thriller. Uno dei film più tesi e drammatici che si siano visti negli ultimi tempi.

Credetemi.

23 settembre 2015. Eclissi di luna. Eva e Rocco invitano a cena a casa i loro amici: Cosimo e Bianca, Lele e Carlotta, e Peppe. I padroni di casa sono ormai da tempo in crisi, situazione cui contribuisce anche il rapporto conflittuale con la figlia adolescente, la seconda coppia è invece formata da novelli sposi, i terzi hanno anche loro i propri problemi, mentre l’ultimo, dopo il divorzio, non riesce a trovare né un lavoro né una compagna stabile.
Durante la cena Eva propone a tutti di mettere sul tavolo il proprio cellulare e di rivelare ai presenti il contenuto di tutte le comunicazioni che riceveranno nel corso della serata.  Si dice convinta che tante coppie si lascerebbero se ogni rispettivo partner controllasse il contenuto del cellulare dell’altro. Anche se con qualche tentennamento tutti accettano, ma quello che doveva essere un gioco si trasforma ben presto nell’occasione per rivelare tutti i segreti dei commensali.
Si scopre così che ….

Leggi tutto

8 GENNAIO 1958: Il quattordicenne Bobby Fischer vince i campionati statunitensi di scacchi

Bobby-Fischer-300x197

Questa vittoria gli darà la possibilità di competere sin da giovanissimo con i migliori al mondo per il titolo mondiale. Conquistò la corona degli scacchi il 1º settembre 1972, battendo il sovietico Boris Spasskij, e la perse per essersi rifiutato di difenderla il 3 aprile 1975. Trascorse gli ultimi anni di vita da cittadino islandese dopo numerose controversie con il suo Paese d’origine e la perdita della cittadinanza statunitense. Considerato tra i migliori giocatori di scacchi di tutti i tempi, nonostante la sua prolungata assenza dalle competizioni, è rimasto uno dei nomi più conosciuti di questa disciplina, anche esternamente alla cerchia degli appassionati, a causa anche dei tratti eccentrici della sua personalità. I suoi modi di fare stravaganti e la sua vita privata caratterizzata da solitudine, scarse abilità sociali e ossessione per lo studio degli scacchi portano molti psicologi a ritenere che Fischer fosse affetto da autismo. Ecco il ritratto che ne fece il grande scacchista russo Garry Kasparov in un articolo apparso su “The New York Review of Books”, qualche anno fa:

 

Non riuscirei a scrivere con distacco di Bobby Fischer nemmeno sforzandomi. Sono nato nel 1963, l’anno in cui Fischer trionfò al Campionato USA con punteggio pieno: undici vittorie, senza sconfitte né pareggi. E, sebbene fosse appena ventenne in quel momento, era evidente già da qualche anno che fosse destinato a diventare una figura leggendaria. Il suo libro, Sessanta partite da ricordare (Mursia, 2008), fu uno dei primi e più preziosi oggetti legati agli scacchi che ho posseduto. Quando nel 1972 a Reykjavik Fischer strappò il titolo di campione del mondo al mio connazionale Boris Spassky, io ero già un discreto giocatore di circolo che aveva seguito ogni mossa degli incontri in Islanda. Nel suo cammino verso la finale, l’americano aveva schiacciato altri due Grandi Maestri sovietici1, e tuttavia molti nell’URSS ammiravano tacitamente il suo affascinante talento e la sua sfacciata individualità.Sognavo che un giorno avrei giocato con lui e, alla fine, per certi versi, ci siamo realmente affrontati – anche se attraverso i libri di storia e mai di fronte a una scacchiera.Nel 1975 Fischer aveva abbandonato l’agonismo, voltando le spalle al titolo che aveva desiderato così ardentemente tutta la vita. Dieci anni più tardi io avrei conquistato il titolo, strappandolo al suo successore, Anatoly Karpov. Tuttavia, raramente un intervistatore perdeva l’occasione di farmi il suo nome: «Riuscirebbe a battere Fischer?», «Sfiderebbe Fischer, se tornasse a giocare?», «Sa dove si trova Bobby Fischer?».A volte avevo l’impressione di giocare una partita contro un fantasma. Nessuno sapeva dove Fischer si trovasse, né se l’uomo che rimaneva il più famoso giocatore di scacchi al mondo stesse pianificando il proprio ritorno.Dopo tutto, nel 1985, a quarantadue anni, era molto più giovane di due degli avversari che avevo appena incontrato nelle partite di qualificazione per il campionato mondiale. Tredici anni lontano dalla scacchiera però sono molti. Certo, mi sarebbe piaciuto avere l’occasione di gareggiare con lui, e questo rispondevo a chi me lo domandava. Ma come si può competere con un mito? Avevo già Karpov di cui preoccuparmi – che non era un fantasma. Durante l’assenza del grande Bobby gli scacchi si erano evoluti, anche se molti in quel mondo erano rimasti uguali. Fu quindi una grande sorpresa vedere riemergere nel 1992 Bobby Fischer in carne e ossa. E giocò per la prima volta in venti anni una partita – a cui ne fecero seguito altre ventinove. Deciso ad abbandonare l’isolamento che si era imposto, allettato dalla possibilità di giocare contro il suo vecchio rivale Spassky nel ventesimo anniversario del loro match per il titolo mondiale – e dai cinque milioni di dollari in palio – un Fischer appesantito e con una vistosa barba si presentò davanti al mondo in una località balneare della Yugoslavia, una nazione all’epoca dilaniata da una sanguinosa guerra.L’incontro si svolse in circostanze bizzarre: l’improvviso ritorno di Fischer, la guerra, un losco banchiere e trafficante d’armi a sponsorizzare l’evento… Ma Fischer era tornato! Nessuno riusciva a crederci.Come prevedibile, la partita disputata fra Fischer e Spassky a Svefi Stefan e Belgrado fu priva di vigore, anche se Bobby mostrò qualche sprazzo della genialità di un tempo. Era tornato definitivamente? O sarebbe di nuovo svanito con la stessa rapidità con cui era riapparso? E che dire della sua strana condotta durante le conferenze stampa? Il grande campione americano che sputa su un cablogramma del governo USA? Che afferma di non aver giocato per vent’anni perché «messo al bando […] dalla comunità ebraica mondiale»? Che accusa Karpov e me di avere combinato a tavolino ogni nostra partita? Si sarebbe dovuto fare finta di nulla, ma era impossibile.Già molti anni prima i frequenti scoppi d’ira e gli sfoghi di Fischer avevano sollevato dubbi sulla sua stabilità. C’erano poi i racconti su quei due decenni trascorsi lontano dalla scacchiera: nel mondo degli scacchi circolavano voci che fosse caduto in miseria, che fosse diventato un fanatico religioso, che distribuisse volantini antisemitici per le strade di Los Angeles. Sembravano storie irreali, troppo simili a quelle secondo cui gli scacchi indurrebbero alla follia – o sui matti che giocano a scacchi – a cui la letteratura ha dedicato numerose pagine.

7 GENNAIO 1536 – MUORE CATERINA D’ARAGONA

_enrico01g

Caterina fu prima  principessa del Galles come moglie di Arturo Tudor, e regina consorte d’Inghilterra come prima moglie di re Enrico VIII. La decisione di quest’ultimo di ripudiarla provoco’ lo scisma anglicano con il quale l’Inghilterra si stacco’ per sempre dalla Chiesa di Roma. A queste intricate vicende e alla figura della sfortunata Caterina e’ dedicato l’articolo: “La rivicita di Caterina d’Aragona” a firma di Masolino d’Amico, apparso su “La Stampa” il 23 agosto 2011. Ve ne proponiamo uno stralcio. Buona lettura!

 

Caterina era nata da Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che uniti formavano una potenza senza eguali in Europa; ma venendo dopo altri quattro rampolli era, dal punto di vista delle alleanze, una merce di scambio meno preziosa per esempio di sua sorella Giovanna data in moglie all’Imperatore. Lei a suo tempo avrebbe ereditato il trono materno e suo figlio, diventato Carlo V, avrebbe dominato mezzo mondo. La piccola Caterina dovette contentarsi di essere un buon affare per la dinastia Tudor, che si era appena insediata sul trono inglese con Enrico VII, emerso dalle complicate turbolenze della Guerra delle due rose. Combinate durante l’infanzia di Caterina e di Arturo, primogenito di Enrico, queste nozze furono finalmente celebrate quando lo sposo aveva quindici anni e la sposa uno di più. La principessa era stata istruita nella religione e nella cultura classica, ma non nell’inglese, lingua che avrebbe appreso soltanto dopo molti anni di residenza nell’isola. L’unione durò meno di sei mesi, entrambi gli sposi risentendo del malsano clima del castello gallese che Arturo era stato mandato a governare; lei sopravvisse alle febbri, lui no.
Rimasta vedova, Caterina non fu rispedita in patria, in attesa che padre e suocero decidessero cosa fare di lei – avidi entrambi, uno rivoleva la parte di dote già pagata, mentre l’altro aspettava il saldo di quanto restava da pagare. Per non perdere dote e alleato, Enrico VII la fidanzò col fratello minore del defunto, il decenne Enrico, in attesa della cui crescita la tenne poi quasi in ostaggio, isolandola dai contatti e lesinandole le risorse. Lei peraltro diede prova di intraprendenza, cercando di scavalcare la sorveglianza cui era sottoposta per appellarsi ai sovrani suoi genitori; a un certo punto riuscì addirittura a farsi nominare ambasciatore spagnolo presso la Corte inglese. Nel 1509 Enrico VII morì, e suo figlio, ormai diciottenne, la impalmò con fierezza. Per molto tempo i due andarono d’amore e d’accordo, anche se Caterina non riuscì a produrre l’erede maschio che il re sognava. Uno morì dopo pochi giorni, almeno altri due nacquero prematuramente, e già morti; sopravvisse solo una femmina. Nel frattempo Caterina si rese popolare grazie al contegno sobrio e alle opere benefiche. Una volta che funse da reggente (il marito era in Spagna, abbindolato dal suocero in un conflitto inane), vinse addirittura una guerra, infliggendo agli scozzesi la definitiva sconfitta di Flodden (1514).
A cambiare la Storia fu un’altra donna, la giovane, bella e disinibita Anna Bolena, figlia di un nobile. Dopo un trascorso con la sua sorella maggiore, Enrico VIII mise gli occhi su di lei, che però da vera allumeuse flirtò e lo tenne sulla corda – o nozze o niente. Al re che si arrovellava, qualcuno ricordò allora che forse il suo matrimonio, benché ormai vecchio di ben diciotto anni, poteva essere invalidato in quanto incestuoso: in un passo del Levitico la Bibbia vieta infatti di impalmare la vedova di un fratello. Ma a parte che altrove la stessa Bibbia, vedi il Deuteronomio, loda invece proprio colui che sposi la vedova di suo fratello, nel caso specifico era stata chiesta e ottenuta una dispensa papale. Roma, cui ora si rivolse, non avallò quindi i tardivi scrupoli di Enrico, anche se il tentennante papa Medici rinviò un giudizio definitivo, sperando che nel frattempo Caterina morisse, o almeno che qualcuno, come il gottoso cardinal Casteggio, inviato a tale bisogna, la convincesse a farsi da parte spontaneamente, magari entrando in un convento.
Sennonché Caterina non accettò le ragioni del marito e, quando questi la fece convocare per discutere pubblicamente il caso, spiazzò tutti inginocchiandosi davanti a lui, dichiarandogli amore, obbedienza e fedeltà, e infine sfidandolo ad affermare di non averla trovata vergine la prima notte delle loro nozze. Già, perché per rafforzare la vecchia dispensa papale l’entourage di Caterina sostenne che quelle col gracile Arturo non erano state nemmeno consumate. Lì per lì Enrico non ardì contraddirla. Caterina si rialzò maestosamente e lasciò l’aula dove non accettò mai più di ricomparire. Ma incalzato da quella belva di Anna Bolena (che pretese progressive umiliazioni di Caterina e anche di sua figlia Maria ormai considerata illegittima, facendosi tra l’altro consegnare i gioielli della regina), e sconfitto sul piano del dibattito, Enrico finì per ricorrere alle maniere forti, fino ad autonominarsi capo della Chiesa inglese, con conseguente condanna per tradimento di coloro che volevano restare fedeli a Roma. Tra questi il vescovo di Rochester John Fisher e il Lord Cancelliere dimissionario Tommaso Moro furono decapitati. Fu per riguardo al loro rango: gli altri dissidenti venivano impiccati per un po’, quindi, ancora vivi, sbudellati molto lentamente.
Sempre più emarginata, spogliata di ogni privilegio e persino affamata, Caterina non rinunciò mai a farsi chiamare regina da chi aveva intorno, e intorno a lei si raccolse un notevole ancorché violentemente represso consenso popolare, soprattutto femminile. Il declino durò alcuni anni. Da ultimo il suo orgoglio iberico si portò nella tomba il rimorso di avere causato uno scisma che un sacrificio personale avrebbe potuto evitare. Peraltro, meglio che niente, Caterina aveva scongiurato una guerra: Chapuys, il savoiardo ambasciatore di Carlo V che le fu vicino negli ultimi tempi, le diede atto di avere diffidato il potente nipote, il quale per la verità la spalleggiava senza troppo ardore, dallo scatenarne una per lei. Caterina si spense nel 1536, solo sei mesi prima che la sua rivale Anna Bolena salisse sul patibolo, condannata dal sovrano che era riuscita a esasperare. Anche lei invece del sospirato maschio aveva prodotto solo una femmina, che il padre si affrettò a escludere dalla successione, come aveva fatto con la sua sorellastra. Ma le figlie di Enrico VIII avrebbero regnato lo stesso, prima Maria che per vendicare la madre si meritò l’epiteto di Sanguinaria, quindi, gloriosamente, Elisabetta.

Nella foto i ritratti di Caterina e di Enrico XIII Tudor.

6 GENNAIO 1661 – a Londra gli aderenti alla setta millenarista della “Quinta Monarchia” occupano la cattedrale di San Paolo

fifth

Esplodono scontri a fuoco con l’esercito che durano per quattro giorni. I millenaristi hanno la peggio e i pochi superstiti vengono mandati a morte. Si tratta di una vicenda poco conosciuta ma emblematica della complessità politica e religiosa dell’Inghilterra di quel VXII secolo che vide 2 rivoluzioni e una dittatura militare cambiare il volto del paese per sempre. Come si inserisce la vicenda della “Quinta Monarchia”nella storia inglese? Questo articolo, tratto dal sito web delle Chiese Battiste Italiane, lo spiega molto bene. Buona lettura!

I primi Battisti abbracciarono le convinzioni escatologiche del millenarismo cristiano molto in voga nell’Europa del XVII secolo. Molti cristiani di tutte le denominazioni credevano che Cristo sarebbe ritornato subito (alcuni avevano indicato la data del 1660) per stabilire la sua sovranità sulla terra. In questo periodo sorse in Inghilterra un gruppo che credeva nel preparare la venuta del Signore, facendo crollare con la spada il governo terreno. Questo gruppo era chiamato il Movimento della Quinta Monarchia  (Fifth Monarchy Movement). Il nome fu tratto dal capitolo sette del libro di Daniele, che descrive quattro bestie, che rappresentano i quattro maggiori regni della storia mondiale. Nel Diciassettesimo secolo molti interpreti identificarono questi regni con l’impero  Assiro (o babilonese- assiro), Persiano, Greco, Romano. Questi imperi sarebbero tutti crollati, e sarebbe seguito un regno eterno. La centrale convinzione della Quinta Monarchia consisteva nel riconoscimento che il tempo è venuto per la fine della quarta monarchia, l’ultimo impero terreno, aprendo,così, le porte alla quinta Monarchia: il Regno millenario di Cristo. Molti erano convinti che dopo l’inizio del Suo Regno, Cristo avrebbe consegnato l’attuale governo ai santi.  Questo “ruolo dei santi”,  avrebbe avviato maggiori riforme nella religione, nelle leggi, nell’economia e nell’educazione. Tra gli aderenti alla Quinta Monarchia vi erano diversità di opinioni. La maggior parte era pacifica, essi non impugnarono la spada, ma aspettavano Cristo che inaugurava il Suo Regno. Altri erano convinti di dover prendere la spada, ma solo alla chiara chiamata di Cristo, non alla chiamata dell’uomo. I più radicali invece invocarono una rivoluzione armata contro il governo terreno. Essi nel giro di pochi anni vennero screditati. Il movimento era probabilmente ispirato sia dalla crisi della società che dall’insegnamento della Scrittura. La Quinta Monarchia e movimenti simili ebbero diverse fonti. La Riforma Protestante  alimentò nuove speculazioni intorno alla fine del mondo; persino Martin Lutero  credeva che egli stava vivendo negli ultimi giorni. La guerra dei Trent’anni in Europa (1618-1648) e la Guerra Civile in Inghilterra (1642-1649) ravvivarono le aspettative di una imminente fine di tutte le cose. La decapitazione del Re Carlo I in Inghilterra nel 1649  determinò una ondata di millenarismo che spesso prese forme estremiste. I predicatori della  Quinta Monarchia descrivevano la venuta del Regno in termini utopici. I cambiamenti auspicati erano intesi come cambiamenti di cui potevano beneficiare il povero e l’umile. Nessuna legge avrebbe sfruttato il povero, né nessuno sarebbe stato impiccato o imprigionato per debiti. Le università, per lungo tempo bastioni delle classi privilegiate, dovrebbero essere riformate di modo che la comune gente potrebbe beneficiare di esse. Durante il millennio non ci dovrebbe essere disoccupazione, ma tutti dovrebbero lavorare. Il governo dei santi, scelto all’interno delle loro chiese, dovrebbe assumere una buona conduzione su tutto. La buona salute, la lunga vita, la prosperità economica dovrebbe prevalere. Alcuni descrivevano il millennio come un tempo che dovrebbe essere “sempre estate, perennemente riscaldato dal sole, sempre gradevole, verde, fruttuoso e bello”, pieno di piacevoli pettirossi, ma non di  ragni. La Quinta Monarchia per un tempo operò per mezzo di Oliver Cromwell e i “Santi nel Parlamento” per raggiungere gli scopi prefissi, ma quando il Parlamento fu sciolto nel 1653 e Cromwell si oppose contro le cospirazioni, i santi avevano già rafforzato la loro azione fuori dal sistema in maniera violenta. I santi proclamavano che essi erano  gente che castigava e affermavano che la spada era un valido strumento del ministro cristiano come lo era la bibbia. Essi pregavano che Dio potesse mettere nelle mani di un loro servo  la scure per abbattere il governo terreno,  includendo quello di Cromwell. Nel 1656 un raduno di Battisti e di sostenitori della Quinta Monarchia ad Abingdon, la maggioranza proclamava che il popolo di Dio doveva essere gente sanguinaria. Tuttavia, la loro retorica che inneggiava alla violenza  produceva soltanto una verbale violenza  e i loro attacchi armati erano estremamente irrilevanti.  Il ristabilimento di Carlo II al trono d’Inghilterra nel 1660 diede un brutto colpo alle speranze millenariste in Inghilterra. Il ritorno di uno stabile governo terreno potrebbe significare che il divino regno era ritardato. Angosciato da questa serie di eventi, Thomas Venner e circa cinquanta seguaci armati marciarono verso la cattedrale di S. Paolo domenica sera del 1661 , inneggiando slogans millenaristi. Venner, descritto come “un entusiasta pazzo” provocò un conflitto armato durato quattro giorni nelle strade londinesi. I seguaci di Venner uccisero probabilmente una ventina di ufficiali  della Monarchia, ma la maggior parte di loro caddero. La rivolta fu repressa e molti dei ribelli , incluso Venner, furono giustiziati. Questa rivolta segnò il crollo della Quinta Monarchia. Questi tragici risvolti dell’attività del movimento determinò l’allontanamento delle denominazioni da esso. Molti dei sostenitori della Quinta Monarchia aderirono al quietismo, altri si unirono ai Battisti del settimo giorno, con i quali avevano considerevoli affinità. Il re Carlo II speculò sulla insurrezione di Venner e la usò come una occasione per denigrare i Battisti e altri gruppi dissidenti. In qual misura i Battisti erano coinvolti nel movimento della Quinta Monarchia? Essendo il movimento monarchista privo di consenso, e a ragione, i Battisti minimizzarono il loro coinvolgimento con le loro idee. La questione era complicata per il fatto che essa sorse i un tempo quando l’identità battista non era ancora fortemente definita. Nonostante le differenze sul battesimo, i Congregazionalisti e i Battisti spesso avvertirono di avere comunione nelle stesse chiese. Molte chiese battiste avevano membri che condividevano le speranze e i metodi della Quinta Monarchia. Battisti come Edmund Chillenden, Vavasor Powell, William Allen, John Simpson, Henry Danvers, e, con cautela, Hansered Knollys e Henry Jessey, furono alleati con il movimento. Comunque, Nessuno dei due primi leader , Thomas Harrison  e Thomas Venner, furono battisti. I Battisti furono pubblicamente considerati nella loro condivisione degli ideali della Quinta Monarchia una incarnazione del radicalismo di Munster. Infatti, nel 1530 un gruppo rivoluzionario conquistò la città di Munster, in Germania, e lì istituì una radicali cambiamenti sociali e religiosi. Essi erano identificati come Anabattisti, sebbene essi avessero una fievole rapporto con l’Anabattismo.  Nel 1661 un autore identificato solo come J. B. pubblicò un libro chiamato Munster Paralleld in the Late Massacres Committed by the Fifth Monarchists, con il quale egli tentò di unire Munster, la Quinta Monarchia e i Battisti inglesi come continuazione dello stesso movimento. Alcuni Battisti, specialmente tra le Chiese Particolari, condividevano gli scopi e i metodi della Quinta Monarchia. Comunque, molti Battisti cercarono di dissociarsi dalle idee violente della Quinta Monarchia. Due dei più grandi leaders dei Battisti Particolari, William Kiffin e Thomas Collier, si impegnarono  al massimo per persuadere i Battisti a distanziarsi dalla rivoluzione armata propugnata dalla Quinta Monarchia come un modo di fare la volontà di Dio. Dopo l’insurrezione di Venner, un gruppo di Battisti pubblicarono “The Umble Apòlogy of Some Commonly Called Anabaptists” negando qualsiasi connessione con  tale movimento. Questo era il primo documento conosciuto nel quale i Battisti Generali e Particolari cooperavano. Esso fu firmato da leaders come William Kiffin, John Spilsbury, Henry Denne, e Thomas Lambe.  E’ da rilevare che anche Thomas Grantham stava lavorando per distanziare i Battisti dalla Quinta Monarchia e dai radicali di Munster. Nonostante le concezioni millenaristiche del tempo, molti dei primi Battisti pensarono una via moderata via della speranza futura. Come tutti i Cristiani di tutti i tempi, essi aspettarono il ritorno di Cristo nel trionfo e nel giudizio. Molte delle loro confessioni menzionano questa futura speranza,  rinunciando a quelle speculazioni apocalittiche che tanta enfasi hanno avuto nei movimenti più violenti. La confessione di Helwys del 1611 afferma: “ Che dopo la risurrezione tutti gli uomini appariranno davanti al giudizio di Cristo per essere giudicati secondo le loro opere, che i giusti godranno la vita eterna, i malvagi essendo condannati saranno tormentati eternamente nell’Inferno”  (That after the resurrection all men shall appeare before the judgment seat off Christ  to bee judged according to thei workes, that the Godlie shall enjoy life eternall, the wickeed being condemned shalbee tormented ever-lastinglie in Hell). La confessione del 1612 dà una  più dettagliata discussione di escatologia ma non menziona nessun millennio.  La prima Confessione londinese, redatta  in un momento di intensa speculazione millennaristica nel 1644, dice: “Che Cristo ha qui sulla terra un Regno spirituale, che è la Chiesa” (That Christ hath on earth a spirituall Kingdome, which is the Church). Questa influente confessione proclama l’obbedienza cristiana al governo e l’attesa del ritorno di Cristo, ma non fa riferimento ad alcun regno millennaristico. Due confessioni battiste, comunque, alludono alle speranze millenaristiche sebbene non viene sviluppato. La Confessione di Somerset  del 1656 dice che al ritorno di Cristo i santi “regneranno con lui, e giudicheranno tutte le nazioni sulla terra”. La Standard Confession del 1660 afferma che “Cristo ritornerà su tutta la terra,  e noi regneremo con lui sulla terra”. “Ora i santi soffrono persecuzioni, essi dicevano,  “ma quando Cristo apparirà, allora saranno i loro giorni, allora darà a loro potenza sulle nazioni, a governare con una Verga di Ferro.” Comunque, quella confessione specificamente rifiuta il progetto violento della Quinta Monarchia. Nella prima Assemblea  generale del 1654, i rappresentanti della Chiese Battiste Generali ripudiarono i disegni destabilizzanti della Quinta Monarchia.  In conclusione molti Battisti sostenevano una fede pacifica intorno al ritorno di Cristo. Alla fine del diciassettesimo secolo i Battisti, come altre denominazioni, rinunciarono alle speculazioni apocalittiche. Le due più influenti confessioni di fede scritte alla fine del secolo, il Credo Ortodosso , che riguardava i Battisti Generali, scritta nel 1678, e la Seconda Confessione Londinese del 1689, appartenente ai Battisti Particolari, sottolinearono  questo distacco dalle speculazioni apocalittiche. Entrambi le confessioni includevano articoli sulla seconda venuta di Cristo, ma non c’era alcuna menzione sul millennio terreno

5 Gennaio 1463: Il poeta François Villon viene bandito da Parigi.

Francois_Villon_1489

Studente dell’Università di Parigi, laureatosi alla facoltà di Lettere a 21 anni, in un primo tempo Villon condusse al Quartiere latino una vita allegra da studente indisciplinato. Per quattro volte fu arrestato per episodi di malavita, fino a essere condannato a morte, ma riuscì sempre a farsi rilasciare.A 24 anni uccise un prete in una rissa, probabilmente per difesa, e fuggì da Parigi. Amnistiato, fu accolto a Blois alla corte di Carlo d’Orléans, il principe poeta, non riuscì a farvi carriera; condusse allora una miserabile vita errante sulle strade. Imprigionato a Meung-sur-Loire, liberato all’avvento di Luigi XI, ritornò a Parigi dopo sei anni d’assenza. Nuovamente arrestato in una rissa, venne condannato all’impiccagione. Dopo l’appello, il Parlamento cassò il giudizio e lo bandì per dieci anni dalla città. Aveva allora 31 anni; a quel punto se ne persero completamente le tracce e non si sa né come né quando sia morto.Villon conobbe una celebrità immediata. Le Lais, poema giovanile, e Le testament, sue opera principali, furono stampati a partire dal 1489, quando Villon avrebbe avuto 58 anni, se fosse stato ancora in vita. Trentaquattro edizioni si susseguirono fino alla metà del XVI secolo.La sua opera non è di facile comprensione senza note o commenti. La sua lingua non è sempre accessibile. Le allusioni alla Parigi del suo tempo e la sua arte del doppio senso e dell’antifrasi rendono spesso difficili i suoi testi, sebbene l’erudizione contemporanea abbia chiarito molte delle sue oscurità. I suoi bersagli favoriti sono le autorità, la polizia, gli ecclesiastici troppo ben pasciuti, i borghesi, gli usurai, insomma i bersagli eterni della contestazione studentesca e proletaria. Nel suo “Lais” (dal verbo francese “laisser”, dunque lasciare, lascito), il poeta afferma di volersi recare ad Angers in seguito a dispiaceri amorosi (in realtà era costretto ad allontanarsi da Parigi per aver partecipato in quello stesso anno a un furto al collegio di Navarra). Sul punto di partire, ricorrendo al genere del “testamento”, diffuso in quel tempo, finge di voler fare dei lasciti agli amici, ai conoscenti, ai nemici: si tratta di eredità scherzose, oggetti di poco conto, cose che neppure possiede, o semplici consigli. A Guillaume Villon, che lo aveva allevato come un padre e gli aveva dato il suo cognome, lascia la sua fama. Alla donna amata che l’ha così duramente trattato, lascia come una reliquia il suo povero cuore. E via via lascia i suoi legati all’amico bevitore, ai compagni di ladrerie, ai poliziotti (“lascio loro due belle risse”), agli ospedali (“lascio agli ospedali i telai delle mie finestre tessuti di ragnatele”) o ai poveri (“e a coloro che giacciono sotto gli stalli, a ognuno un colpo sull’occhio, tremare col viso accigliato, magri, irsuti, intirizziti, corte le brache, logoro il mantello, raggelati, lividi e scarni”). Inoltre a frati e beghine lascia saporiti bocconi, capponi e grasse galline, al barbiere gli avanzi dei suoi capelli, al ciabattino le sue scarpe vecchie, al rigattiere i suoi abiti rattoppati. A interrompere questo gioco bizzarro giunge il rintocco della campana della Sorbona che suona l’Ave Maria (“che sempre alle nove suona il Saluto che l’angelo annunciò”). Il poeta sospende di scrivere per pregare e si smarrisce per colpa di dame Memoire . Quando si riprende, l’inchiostro è gelato, la candela spenta: non gli resta che addormentarsi tutto imbacuccato (tout en mouflè) e concludere, lui che non ha altro che pochi spiccioli che presto finiranno, il suo scherzoso testamento. Il Lais, pur nella sua facile agilità, già ci rivela, come poi meglio il Grande testamento, la personalità di Villon, la sua esistenza disordinata e ribelle, il suo spirito ora gioioso e spensierato, ora tormentato e amaro.

Nella foto: xilografia di François Villon (1489).

4 GENNAIO 1643 – NASCE ISAAC NEWTON

NEWTON

Originario di una zona rurale dell’Inghilterra centrale, è stato un matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo e alchimista. È considerato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi. Fu Presidente della Royal Society. Noto soprattutto per il suo contributo alla meccanica classica — molti hanno presente l’aneddoto di “Newton e la mela” — Isaac Newton contribuì in maniera fondamentale a più di una branca del sapere. Pubblicò i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica nel 1687, opera nella quale descrisse la legge di gravitazione universale e, attraverso le sue leggi del moto, stabilì i fondamenti per la meccanica classica. Newton inoltre condivise con Gottfried Wilhelm Leibniz la paternità dello sviluppo del calcolo differenziale o infinitesimale.Newton fu il primo a dimostrare che le leggi della natura governano il movimento della Terra e degli altri corpi celesti. Egli contribuì alla Rivoluzione scientifica e al progresso della teoria eliocentrica. A Newton si deve anche la sistematizzazione matematica delle leggi di Keplero sul movimento dei pianeti. Oltre a dedurle matematicamente dalla soluzione del problema della dinamica applicata alla Forza di gravità (problema dei due corpi) ovvero dalle omonime equazioni di Newton, egli generalizzò queste leggi intuendo che le orbite (come quelle delle comete) potevano essere non solo ellittiche, ma anche iperboliche e paraboliche.Newton fu il primo a dimostrare che la luce bianca è composta dalla somma (in frequenza) di tutti gli altri colori. Egli, infine, avanzò l’ipotesi che la luce fosse composta da particelle da cui nacque la teoria corpuscolare della luce in contrapposizione ai sostenitori della teoria ondulatoria della luce, patrocinata dall’astronomo olandese Christiaan Huygens e dall’inglese Young e corroborata alla fine dell’Ottocento dai lavori di Maxwell e Hertz. La tesi di Newton trovò invece conferme, circa due secoli dopo, con l’introduzione del “quanto d’azione” da parte Max Planck (1900) e l’articolo di Albert Einstein (1905) sull’interpretazione dell’effetto fotoelettrico a partire dal quanto di radiazione elettromagnetica, poi denominato fotone. Queste due interpretazioni coesisteranno nell’ambito della meccanica quantistica, come previsto dal dualismo onda-particella. Isaac Newton occupa una posizione di grande rilievo nella storia della scienza e della cultura in generale. Il suo nome è associato a una grande quantità di leggi e teorie ancora oggi insegnate: si parla così di dinamica newtoniana, di leggi newtoniane del moto, di legge di gravitazione universale. Più in generale ci si riferisce al newtonianesimo come a una concezione del mondo che ha influenzato la cultura europea per tutto il Seicento. Era un filosofo della natura che utilizzava metodi matematici ed enunciava leggi del moto diverse da quelle che compaiono sui nostri manuali. Newton era però attratto dalla filosofia della natura. Ben presto cominciò a leggere le opere di Cartesio, in particolare un’opera pubblicata nel 1673 in cui le curve vengono rappresentate per mezzo di equazioni. Negli anni in cui era studente a Cambridge alla cattedra presiedevano due figure di grande rilievo: Isaac Barrow e Henry Moro che esercitarono una forte influenza sul ragazzo. Newton, negli anni seguenti, costruì le sue scoperte matematiche e sperimentali facendo riferimento a un gruppo ristretto di testi. Le sue letture giovanili lo mettono in contatto con quanto di più innovativo ci fosse nel panorama scientifico. Nonostante gli enormi successi ottenuti, Newton era tutt’altro che un uomo sereno. Cadde più volte in depressione e diede più volte l’impressione di essere vicino alla follia. Durante questi suoi esaurimenti Newton arrivò a scrivere lettere deliranti e accusatorie ad alcuni suoi amici, tra i quali anche Locke. Alcuni ritengono che alla causa di questo momentaneo esaurimento nervoso ci fossero i vapori di mercurio respirati negli esperimenti alchemici. Altri ritengono che ci siano correlazioni, comunque non dimostrate, tra i suoi forti esaurimenti nervosi e alcune sue importanti scoperte. Nel 1696 per risollevarlo da questa crisi gli fu offerto un un posto alla zecca reale di Londra dovesi fece carico del grande programma di nuova coniazione delle monete inglesi, La riforma monetaria di Newton anticipò il gold standard che l’Inghilterra adotterà per prima nel 1717, seguita da altre nazioni nei secoli successivi, fino all’adozione statunitense ai primi del Novecento. Newton stabilì un cambio fisso fra la sterlina e l’oncia d’oro; inoltre, elaborò dei metodi per aumentare la produttività della zecca, con misure per un maggior controllo della quantità d’oro e argento nelle monete coniate. Riuscì in questo modo a chiudere le filiali provinciali della Banca d’Inghilterra e a tornare a una produzione centralizzata della moneta, infliggendo così un duro colpo ai falsari Morì a Kensington, Londra, il 20 marzo 1727 all’età di 84 anni e il 28 fu sepolto nell’Abbazia di Westminster. Voltaire, che era presente al funerale, disse che era stato sepolto come un re. Per lui Alexander Pope scrisse un famoso poemetto che comincia così:

« La natura e le leggi della natura giacevano nascoste nella notte; Dio disse: «Che Newton sia!», e luce fu »

1 GENNAIO 1939: Primo concerto di Capodanno a Vienna

slider_startseite_gs

Il Concerto di Capodanno di Vienna (in tedesco: Das Neujahrskonzert der Wiener Philharmoniker) è il tradizionale concerto della Filarmonica di Vienna che si tiene dal 1939 a Capodanno nella sala dorata del Musikverein di Vienna. Il programma, suddiviso in due parti, si basa prevalentemente su musiche della famiglia Strauss (Johann Strauss padre, Johann Strauss jr, Josef Strauss e Eduard Strauss) eseguite dai Wiener Philharmoniker e, tradizionalmente, viene concluso con l’esecuzione di tre brani fuori programma, due dei quali fissi: il primo è una polka veloce (o galopp), il secondo è An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) di Johann Strauss jr e il terzo è la Radetzky-Marsch (Marcia di Radetzky) di Johann Strauss padre; durante quest’ultimo brano, è prassi consolidata che il pubblico in sala batta le mani, seguendo il tempo scandito dal direttore, assieme all’incalzare dell’orchestra.

Leggi tutto

SCIACK! IL DITO NELL’OCCHIO AL CINEMA. “Captain Fantastic” di Matt Ross (2016)

di Roberto Bolzancaptain-fantastic

“Stay hungry, stay foolish” diceva, ormai dieci anni fa, Steve Jobs, dimenticandosi di darci il manuale di istruzioni con tutti gli equivoci che ne conseguono.

Ben Cash vive con i figli nei boschi della costa nord occidentale degli USA. Lontano da ogni forma di civiltà, la famiglia vive cacciando, coltivando e di piccolo artigianato che scambia con un negoziante della cittadina più vicina.
Ben cerca di crescere i suoi figli preparandoli fisicamente e intellettualmente alle difficoltà della vita mediante una connessione primordiale con la natura.
I Cash festeggiano il compleanno di Noam Chamsky invece del Natale perché preferiscono ricordare una figura reale che ha fatto tanto per la cultura piuttosto che un personaggio di fantasia.
Il risultato è. tra l’altro, che i figli possono discutere gli emendamenti della Costituzione americana mentre i loro cugini, coetanei, sanno a malapena della sua esistenza.

Leggi tutto

31 DICEMBRE 1695 – TASSA SULLE FINESTRE

finestre

A partire dal 1696 nel Regno Unito, fu introdotta una tassa alquanto curiosa, quella sulle finestre. L’importo di tale tassa era valutato in base al numero delle finestre e alla loro dimensione. I ricchi non ne risentirono particolarmente, mentre proprietari di immobili più modesti, per non avere ulteriori tasse da pagare, decisero di murarle o altri ancora di realizzarne di false disegnate a trompe-l’oeil sulle pareti dei palazzi. Leggi tutto